I partiti di governo avevano difeso le forze dell’ordine anche di fronte alle gravissime accuse, criticando le modalità del reato anziché la gravità dei comportamenti degli agenti. Le prime condanne per quei fatti riguardano proprio il reato di tortura
C’è un primo verdetto nella vicenda delle violenze all’interno della questura di Verona: due agenti al centro dell’inchiesta sono stati condannati per tortura, mentre a febbraio 2027 inizierà un secondo processo a carico di altri dodici poliziotti per ipotesi di reato tra cui figura, di nuovo, la tortura.
L’indagine era partita nell’estate del 2022 su un singolo agente, Alessandro Migliori, ma attraverso microspie e telecamere nascoste aveva fatto venire a galla una realtà di presunte violenze, depistaggi e razzismo che assumeva una natura sistematica. Per la destra, però, i fatti di Verona erano stati un’ennesima occasione per criticare il reato di tortura.
Le violenze in questura
Una persona costretta a urinare per terra e poi trascinata come una pezza per asciugare il pavimento. Spray al peperoncino sparato negli occhi, in un caso anche a una persona che si trovava esanime al suolo. Calci, pugni e schiaffi fino a far perdere i sensi e anche un episodio di un agente che urina in faccia a un fermato per risvegliarlo. Insulti razzisti reiterati. Abusi che si consumavano quasi esclusivamente nei confronti di persone di origine straniera o in condizione di fragilità sociale. Sono alcune delle pratiche emerse nell’indagine sulla questura di Verona, in particolare la sezione Volante, partita nell’estate del 2022 e condotta dalla stessa squadra mobile.
Tutto era partito dal poliziotto Alessandro Migliore, su cui si erano acceso i riflettori della magistratura perché sospettato di favoritismi nei confronti di alcune famiglie albanesi su cui avrebbe dovuto compiere delle indagini. L’uomo era stato messo sotto intercettazione e durante un dialogo con la sua fidanzata aveva rivelato di aver massacrato di botte un fermato nella “sala acquario” della questura. «Mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là… È svenuto… Minchia che pigna che gli ho dato», le sue parole. L’indagine a quel punto si era allargata a tutta la questura facendo venire a galla, in oltre un anno di intercettazioni attraverso microspie e telecamere nascoste, il contesto di violenze sistematiche.
Cinque poliziotti erano stati arrestati e un totale di una ventina era finito sotto indagine per i reati ipotizzati di tortura, lesioni, falso, omissione di atti d’ufficio, peculato e abuso di ufficio. «I soprusi, le vessazioni e le prevaricazioni poste in essere dagli indagati risultano aver coinvolto, in misura pressoché esclusiva, soggetti di nazionalità straniera, senza fissa dimora, ovvero affetti da gravi dipendenze da alcol o stupefacenti, dunque soggetti particolarmente deboli», aveva scritto la Gip nell’ordinanza.
Le prime condanne
Quando era esploso il caso delle presunte violenze nella questura di Verona, nel 2023, la destra aveva alzato le barricate. Flavio Tosi, deputato di Forza Italia e già sindaco di Verona, aveva per esempio espresso piena fiducia nelle forze dell’ordine chiedendo di cambiare il reato di tortura. Ora però sono arrivate le prime condanne per quei fatti e riguardano proprio il reato di tortura.
Alessandro Migliori è stato ritenuto colpevole sia di tortura che di rifiuto e omissione di atti d’ufficio e falso in atto pubblico per l’altra vicenda relativa alle perquisizioni mancate alle famiglie albanesi. La sua condanna in primo grado è stata di sei anni e sei mesi mentre Loris Colpini, che a differenza del collega è rimasto fino a ora in polizia, ha ricevuto quattro anni e tre mesi. Per entrambi è stata disposta l’interdizione dai pubblici uffici e il pagamento di 15mila euro alle due persone vittime dei loro abusi, precisamente calci, pugni, schiaffi e uso dello spray al peperoncino. Gli avvocati dei due ex poliziotti hanno già annunciato che faranno appello.
Altri dodici agenti a processo
La vicenda non si chiude qui, anzi il grosso potrebbe ancora arrivare. Lo scorso febbraio infatti, nell’ambito di un secondo filone di inchiesta sulle presunte violenze sistematiche all’interno della questura di Verona, il gip ha condannato con il rito abbreviato tre agenti per lesioni, falso e omessa denuncia.
Dodici agenti sono stati invece rinviati a giudizio con l’ipotesi di vari reati tra cui tortura (per quattro di loro, per aver «cagionato acute sofferenze» a due persone fermate), omissione di atti d'ufficio, omessa denuncia di reato e falso, dopo che una perquisizione alla ricerca di armi era stata interrotta una volta scoperto che l’abitazione apparteneva a un conoscente. Il quadro è quello di un meccanismo di presunte torture sistematiche da parte di un gruppo di agenti e di un sistema di depistaggi e coperture da parte dei colleghi che richiama alla mente un’altra storia simile, quella della caserma Levante di Piacenza, sequestrata nel 2020 per un’inchiesta giudiziaria che ha portato alla condanna definitiva di cinque carabinieri per diversi reati tra cui la tortura. Il processo per il secondo filone dell’inchiesta su Verona partirà a febbraio 2027.
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