Ipotizzare di risolvere il malessere giovanile nella sua complessità con una risposta puramente repressiva e custodiale, significa abdicare al ruolo pedagogico e, ancor prima, a una indagine seria e capillare sulle cause
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Il via libera del Consiglio dei ministri al nuovo decreto sull'ordine pubblico e la sicurezza segna l'ennesima, profonda ferita allo Stato di diritto disegnato dalla Costituzione.
La misura – che introduce l’inasprimento delle pene, nuove fattispecie di reato legate alle manifestazioni pubbliche, la presunzione di imputabilità per I quattordicenni, il fermo preventivo esteso ai minorenni e la responsabilizzazione economica dei genitori - esprime la confessione di un fallimento culturale, la resa definitiva alle logiche dello stato di polizia.
Le scelte adottate dall'esecutivo percorrono la china già ampiamente delineata di una deriva securitaria che scambia la prevenzione con la compressione preventiva di libertà fondamentali.
Come ha puntualmente denunciato l’Unione Camere Penali Italiane nel suo comunicato del 21 ottobre, ci troviamo di fronte all’ennesimo e improprio uso della decretazione d’urgenza. Quando sono in gioco la libertà personale, le garanzie individuali e la responsabilità penale, l’articolo 77 della Costituzione non può venire piegato a scorciatoia per scavalcare il dibattito parlamentare. L'illusione che l'aumento indiscriminato delle pene e la creazione di nuovi reati possano fermare i fenomeni complessi della marginalità e del disagio produce l'unico risultato certo di sacrificare, in nome della propaganda, i principi costituzionali di proporzionalità e tassatività dei precetti sanzionatori.
l’esecuzione penale
Il contrasto con la stagione riformatrice che vide l'impegno del ministro Andrea Orlando e, ancor prima, la straordinaria elaborazione collettiva degli Stati generali dell'esecuzione penale (e specificamente per il versante minorile) è frontale, quasi drammatico. Quella stagione aveva avuto il coraggio di guardare al carcere e alla devianza giovanile non attraverso la lente miope della punizione, ma alla luce della Costituzione: la pena come extrema ratio, orientata alla educazione perché fondata sulla comprensione della peculiare vulnerabilità dell’individuo in età evolutiva.
Si era compreso, infatti, che il minore autore di reato è un soggetto in formazione, portatore di una fragilità naturale che richiede ascolto, responsabilità educativa, percorsi di giustizia riparativa e risocializzazione. Ipotizzare di risolvere il malessere giovanile nella sua complessità con una risposta puramente repressiva e custodiale, significa abdicare al ruolo pedagogico e, ancor prima, a una indagine seria e capillare sulle cause che possono innestare o attivare la violenza.
Il fenomeno dello sconforto giovanile che sfocia in conflitto si rivela una realtà difficile e sfaccettata, in cui la percezione di un futuro precario e l'impatto delle recenti politiche repressive si intrecciano profondamente con il vissuto emotivo delle nuove generazioni.
le risposte istituzionali
Nei ragazzi la rabbia e le derive aggressive non nascono dal nulla, bensì dall'esplosione di un profondo senso di solitudine e invisibilità di fronte a un mondo adulto che sembra aver smesso di ascoltarli. La mancanza di prospettive lavorative stabili, la frammentazione sociale, la guerra, le tensioni sociali e una generale incertezza economica generano un'ansia cronica per il domani, una fragilità strutturale che troppo spesso viene ignorata finché non degenera in scontro.
In questo contesto, le risposte istituzionali orientate al rigore punitivo che non si interroga, introdotte a partire dal decreto Caivano, rischiano di essere percepite dai giovani come un muro di pregiudizio. Quando lo Stato risponde alle difficoltà sociali e alla povertà educativa ciecamente attraverso l'inasprimento delle pene e la logica del controllo, i ragazzi avvertono una dolorosa forma di criminalizzazione aprioristica e ostile. Invece di trovare sul territorio investimenti in scuole, centri di aggregazione e supporto psicologico, sentono che le proprie paure e le proprie richieste di aiuto vengono ridotte a problemi di ordine pubblico. Una dinamica che finisce per alimentare il risentimento e la distanza dalle istituzioni, che trasforma lo Stato, agli occhi di una generazione già insicura, in un giudice severo orientato al sospetto piuttosto che in una guida capace di offrire inclusione, comprensione e reali alternative di vita.
La visione muscolare che emerge dal nuovo decreto è dunque radicalmente sterile perché incapace di produrre vera sicurezza. La sicurezza reale non fiorisce nei recinti della paura o attraverso la moltiplicazione dei reati e dei bavagli di piazza, ma nasce dalla coesione sociale, dalla relazione e dall'inclusione, dall'investimento nell'educazione. Scegliere la semplificazione della repressione significa confondere l'autorevolezza dello Stato con la sua ferocia, sacrificando sull'altare del consenso immediato le garanzie liberali che definiscono la civiltà di un Paese. E ogni passo compiuto in questa direzione allontana sempre di più dall'orizzonte di una giustizia giusta, mite e costituzionalmente orientata.
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