Il ministro ha parlato di una legislazione «per la quale una persona assolta in primo e in secondo grado può poi, senza nuove prove, essere condannata. E questo è accaduto sedici anni fa con il primo processo»
Nella guerra di partigianerie che sta incendiando il caso di Garlasco scende in campo anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Il guardasigilli si era già espresso in passato sulla vicenda processuale ed è tornato a farlo dopo le novità degli ultimi giorni - con la chiusura delle indagini su Andrea Sempio e l’ipotesi di revisione del processo per Alberto Stasi - durante un convegno sul supporto psicologico per il Corpo di polizia penitenziaria.
Dopo aver detto di non potersi pronunciare nel merito di un procedimento in corso, «in via astratta questa situazione in un certo senso paradossale nasce da una legislazione che secondo me dovrebbe essere cambiata, ma sarà molto difficile cambiarla», ha detto riferendosi all’iter processuale di Stasi, assolto in primo grado e in secondo grado e condannato dopo l’annullamento della cassazione della sentenza d’appello. Il ministro ha parlato di una legislazione «per la quale una persona assolta in primo e in secondo grado, può poi senza nuove prove, essere condannata. E questo è accaduto sedici anni fa con il primo processo».
Il ministro si è espresso in nodo netto: «La dinamica della nostra legislazione è sbagliata», perché «se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannare una persona che è stata assolta due volte, da una corte di assise e da una corte di assise di appello?». Infine, si è speso per elogiare il sistema anglosassone, in cui «tutto questo non solo non esiste ma è assolutamente inconcepibile».
Le parole di Nordio si inseriscono in un clima già estremamente surriscaldato tra innocentisti e colpevolisti e certamente non contribuirà a calmare gli animi. Tuttavia, proprio un disegno di legge che porta il nome del ministro è stato approvato e modifica il meccanismo delle appellabilità.
«oltre ogni ragionevole dubbio»
Al netto del caso Garlasco, infatti, al centro delle considerazioni di Nordio c’è il principio di una condanna che deve essere pronunciata «oltre ogni ragionevole dubbio». E l’interrogativo giuridico è se davvero, dopo che almeno un giudice ha assolto, il ragionevole dubbio debba essere considerato esistente implicitamente.
Sul punto ci sono stati vari tentativi di riforma. Nel 2006 ci provò Silvio Berlusconi con la legge Pecorella, che prevedeva l’abolizione dell’appello del pm contro le assoluzioni, salvo prove sopravvenute. In pratica, con una assoluzione in primo grado, il processo era da considerarsi concluso salvo il ricorso in Cassazione per vizi di legittimità. La legge è stata però dichiarata incostituzionale della Consulta, perché crea una disparità troppo marcata tra il pm e la difesa, impedendogli un mezzo di impugnazione ordinario.
Nel 2024, lo stesso Nordio ha ripreso in mano lo scheletro della legge Pecorella con un disegno di legge che porta il suo nome e che prevede di limitare il potere del pm di appellare le sentenze di assoluzione per i reati a citazione diretta, che corrispondono a reati di poca o media gravità. Il testo tiene presente i rilievi di incostituzionalità del caso del 2006, tuttavia è già al vaglio della Corte costituzionale, dopo che la corte d’appello di Milano ha sollevato questione di legittimità perchè ritiene che la legge Nordio violi il principio di uguaglianza, quello del giusto processo e quello dell’obbligatorietà dell’azione penale.
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