L’Associazione magistrati della Corte dei Conti ha chiesto che l’esecutivo «rimediti l'attuazione della delega sulla legge di riforma della Corte dei Conti, in quei punti che sono incisi dall'esito del referendum costituzionale». La legge ordinaria, approvata tra Natale e Capodanno e di cui il regista è stato Alfredo Mantovano, prevede il “doppio tetto” alla responsabilità amministrativa, più poteri per il procuratore generale e la separazione delle carriere
Il successo del No al referendum sulla giustizia ordinaria deve pesare anche sulla riforma della Corte dei Conti. Questo è il ragionamento dell’Associazione della magistratura contabile, schierata contro la riforma costituzionale Nordio in particolare rispetto alla separazione delle carriere, che chiede ora un passo indietro al governo sulla legge ordinaria che punta a cambiare il funzionamento dell’organo costituzionale che presidia la contabilità pubblica.
cosa prevede la riforma
Il parlamento, infatti, ha approvato definitivamente tra Natale e Capodanno 2025 la cosiddetta legge Foti (dal nome del primo firmatario di FdI, Tommaso Foti, ora ministro). La legge è già entrata in vigore e prevede una modifica delle funzioni della corte introducendo il cosiddetto “doppio tetto al risarcimento” per responsabilità amministrativa. La legge, infatti, prevede che l’ammontare del risarcimento per l’amministratore condannato per danno erariale calcolato dal giudice contabile debba poi essere risarcito in una misura massima equivalente al 30 per cento del pregiudizio accertato e comunque non superiore alle due annualità di stipendio lordo. Viene poi ampliato il controllo preventivo sugli atti (introducendo un preventivo "a chiamata" su atti individuati dalle amministrazioni) e la funzione consultiva della Corte.
La seconda parte della riforma invece, richiede la stesura di decreti delegati (il termine è di un anno per redigerli) e incide sull’organizzazione della Corte e sui poteri del procuratore generale. Sul fronte organizzativo, verranno accorpate le sezioni centrali regionali, i cui magistrati dovranno svolgere sia funzioni di controllo che giurisdizionali e consultive; si introduce la separazione per funzioni di magistrati contabili requirenti e giudicanti; si aumenteranno i poteri del procuratore generale, che avrà ampi poteri sui procuratori regionali. Soprattutto su questo punto si è concentrata la critica dell’associazione.
Proprio la parte che prevede il rafforzamento dei poteri del procuratore generale impensierisce l’Associazione. «Si tolgono presidi di legalità sul territorio, con giudici isolati e legati da un rapporto di gerarchia con il procuratore generale a Roma», ha spiegato Paola Briguori, che ha definito la separazione delle carriere «una umiliazione».
Il potere del procuratore generale, infatti, «comprometterebbe la funzione del pm sul territorio, con logiche gerarchiche che nullificherebbero l’indipendenza interna dei magistrati di procura. Ci sarebbe un occhio vigile su ciascun procuratore», ha spiegato Adriano Gribaudo, parlando di «una riforma che «rafforza solo funzioni consultive e di controllo riducendo quelle giurisdizionali, indebolendo la magistratura giudicante e quella requirente in primo grado e così limitando le azioni di danno erariale».
«rimeditate l’attuazione della delega»
«Riteniamo che il governo debba rimeditare l'attuazione della delega sulla legge di riforma della Corte dei Conti, in quei punti che sono incisi dall'esito del referendum costituzionale. I cittadini italiani, ad ampia maggioranza, hanno espresso contrarietà alla separazione delle carriere e hanno ripetuto con forza l'esigenza che ci sia una magistratura indipendente e autonoma», ha detto Donato Centrone, presidente dell'Associazione dei magistrati della Corte dei Conti.
Il punto, infatti, è che la legge ordinaria già approvata fa alla magistratura contabile esattamente ciò che il voto popolare ha bocciato per la magistratura ordinaria. Tutto formalmente legittimo, ma che solleva questioni di opportunità politica, secondo le toghe.
Per questo la richiesta è che «quelle parti della delega che sono, appunto, collegate all'esito referendario, e penso alle norme e ai criteri sulla separazione delle funzioni e delle carriere, alla gerarchizzazione degli uffici di Procura con un potere di coordinamento molto forte da parte del Procuratore Generale, che va a incidere sull'autonomia e l'indipendenza dei singoli pubblici ministeri regionali, debba essere rimeditate e non attuate». Questo, astrattamente, sarebbe fattibile con un surplus di riflessione al tavolo già in corso con il governo.
Quanto alla legge che già è in vigore, «che sia mantenuto un confronto tra la Corte e l'istituzione» al fine di «garantire l'indipendenza e l'autonomia, nonché l'esercizio corretto delle funzioni che gli articoli 100 e 103 della Costituzione attribuiscono alla Corte dei Conti».
I dubbi di costituzionalità
Un punto adombrato dalle toghe contabili, del resto, è che la legge presenti dei profili di incostituzionalità.
Il primo riguarda il cosiddetto “doppio tetto alla responsabilità amministrativa”, che rischia di far perdere la funzione deterrente al danno erariale, e che è stata ribadita come necessità dalla Corte costituzionale in una recente sentenza. Attualmente una questione di costituzionalità è già stata sollevata da un collegio degli uffici della Puglia, in merito proprio al limite del risarcimento per danno erariale.
Come sottolineato dal consigliere Angelo Quaglini, poi «le funzioni giurisdizionali e di controllo si fondono secondo la nuova legge ma poggiano anche su articoli costituzionali diversi» e questa unificazione di attività, «con il rischio di esercizio promiscuo di funzioni porterebbe a disfunzioni», riducendo le garanzie.
Un altro profilo di illegittimità della legge delega rischia di riguardare la previsione del potere del procuratore generale della Corte rispetto agli articolo 107 e 108 della Costituzione e anche questo è stato espresso come elemento di preoccupazione da parte dell’Associazione.
C’è anche un altro profilo, che riguarda invece il diritto comunitario. La toga contabile Elena Papa ha spiegato che «le norme già in vigore rischiano di non garantire controllo efficace sulla spendita dei fondi Pnrr. Sono fondi europei e vanno comunque integralmente rendicontati, in caso di profili di mancato raggiungimento degli obiettivi lo Stato ne risponde nella totalità, mentre l’eventuale responsabile solo nei limiti del 30 per cento».
Cosa succede ora
Se l’obiettivo dell’Associazione dei magistrati contabili è quello di porre un limite agli effetti della riforma, il governo apparirebbe intenzionato a trovare un margine di dialogo. La riforma ha avuto come regista il sottosegretario Alfredo Mantovano, molto in alto nella gerarchia interna di palazzo Chigi e dunque difficilmente potrà venire accantonata come sperano le toghe.
Il punto, però, è come la delega verrà esercitata e soprattutto se si riuscirà a farlo nel rispetto dei tempi, che scadono a gennaio 2027. Secondo fonti vicine al dossier, il lavoro di attuazione della delega sta procedendo con «prudenza» e con «buona volontà» anche da parte del governo, specialmente dopo l’esito referendario. Dopo gli strappi, infatti, l’obiettivo sarebbe quello di trovare un punto di caduta il più condiviso possibile.
Le richieste dell’Associazione magistrati Corte dei Conti sono decisamente trancianti, visto che chiede di mettere tutto in stand-by e «rimeditare» la delega. Forse a tanto non si arriverà, forse nelle segrete stanze dove il dialogo è più franco ci sarà margine se non di cancellare una legge ormai approvata, almeno di ridimensionarne gli effetti considerati più nocivi. In attesa – da parte del governo – che arrivi un possibile vaglio della Corte costituzionale.
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