La presidente di Nessuno Tocchi Caino parla della proposta di estendere gli sgravi fiscali della legge Smuraglia anche a chi sconta la pena all’esterno del carcere: «Non è un favore ai condannati, ma un investimento sulla sicurezza collettiva perché un lavoro regolare offre reddito e responsabilità, riducendo i reati e i costi per lo Stato»
«C’è un’immagine che sintetizza la bancarotta morale, civile ed economica dell'esecuzione penale in carcere nel nostro Paese», dice Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino. «È quella del detenuto che a fine pena varca il cancello con le sue cose in un sacco nero della spazzatura, senza un soldo né un posto dove andare».
Un’immagine che simboleggia il paradosso strutturale della giustizia penale italiana: la divaricazione tra la spesa pubblica destinata al contenimento e l’efficacia della pena. A fronte di un investimento annuo che sfiora i 3,5 miliardi di euro per la gestione della macchina penitenziaria, il tasso di rotazione criminale e la frequenza dei reingressi fotografano un sostanziale fallimento istituzionale. I dati del XXII rapporto di Antigone evidenziano una realtà inequivocabile: oltre il 69% della popolazione detentiva presente negli istituti al 31 dicembre 2025 registrava precedenti carcerazioni, con una quota significativa di reiterazioni plurime. In una prospettiva giusfinanziaria e costituzionale, un'istituzione pubblica che assorbe ingenti risorse senza abbattere il proprio "tasso di errore" tradisce il mandato dell'articolo 27, trasformando la sanzione da strumento pragmatizzato di reinserimento in una misura meramente afflittiva.
L'incapacità di offrire percorsi professionalizzanti e risocializzanti, dato che solo una frazione residuale dei detenuti lavora per terzi o accede alla formazione, alimenta un circolo vizioso in cui il sovraffollamento, attestato a livelli critici, degrada la funzione rieducativa a pura gestione dell'emergenza. Mentre l'indirizzo normativo prevalente insiste su istanze iper-punitive e sull'ampliamento delle fattispecie detentive, la letteratura scientifica e le analisi economico-sociali, incluse le recenti elaborazioni del Cnel nell'ambito del progetto "Recidiva Zero", dimostrano l'esatto contrario: l'ammissione a misure alternative e l'inserimento lavorativo riducono drasticamente la recidiva, fino a toccare percentuali irrisorie, garantendo una reale tutela della sicurezza collettiva e un contenimento della spesa pubblica nel lungo periodo.
Con il Movimento italiano Diritti dei detenuti proponete di estendere i benefici della Legge Smuraglia (22 giugno 2000 n. 193, creata per incentivare l'attività lavorativa dei detenuti) all'affidamento in prova. Come si supera l’obiezione di chi parla di uno “sconto di pena”?
Se si pensa a quel detenuto senza alcuna prospettiva, non sorprende che la recidiva sfiori il 70%. Estendere credito d’imposta e sgravi contributivi a chi sconta la pena all’esterno significa incentivare le imprese ad assumere. Non è un favore ai condannati, ma un investimento sulla sicurezza collettiva: un lavoro regolare offre reddito e responsabilità, riducendo i reati e i costi per lo Stato. La vera sicurezza nasce dall'autonomia.
La Legge Smuraglia resta però un miraggio per pochi. Come si attirano le imprese profit superando la burocrazia penitenziaria?
Nel 2010 a Regina Coeli incontrai Silvio Scaglia — allora detenuto e poi assolto con formula piena. Mi disse: «Quando uscirò dobbiamo occuparci del lavoro in carcere: qui ci sono talenti veri da reinserire». È da quell’intuizione che bisogna ripartire: serve una piattaforma per l'incrocio tra domanda e offerta, mappatura delle competenze, formazione mirata e uno sportello unico con tempi certi. Nessun imprenditore investe contro un muro burocratico. Unendo la visione e le competenze di figure come Alberto Genovese al terzo settore, possiamo trasformare il talento in lavoro e sicurezza.
Nel nuovo Codice degli Appalti le clausole sociali hanno un peso rilevante. Renderebbe vincolante una “quota-detenuti” per chi vince gare pubbliche?
È un tema centrale. Negli anni ’70 e ’80 abbiamo lottato per il diritto al lavoro delle persone con disabilità con il Fronte radicale invalidi. Allora come oggi, rimango scettica sulle quote obbligatorie per legge: sono nettamente più favorevole agli incentivi per chi decide liberamente di assumere le categorie svantaggiate.
Come si concilia la funzione rieducativa della pena con l'ozio forzato della realtà carceraria italiana?
La Costituzione parla di «pene» al plurale e impone il senso di umanità orientato al reinserimento. Lo Stato viola la propria legalità quando riduce la pena a mera sofferenza e inattività. Il lavoro vero — non l'odioso "carcere-cantiere" — restituisce dignità e responsabilità. Ma oggi le carceri scoppiano, con un sovraffollamento oltre il 140%. Senza deflazionare gli istituti, qualsiasi riforma resta teorica: per questo proponiamo l'Indulto responsabile e, nell’immediato, una liberazione anticipata speciale per chi mantiene una buona condotta.
Lei ha difeso il contributo di Alberto Genovese nella formazione dei giovani di Nessuno Tocchi Caino. Cosa risponde alle polemiche sul coinvolgimento di persone condannate per reati gravi?
L’insegnamento nonviolento di Marco Pannella continua a dare i suoi frutti. Alberto Genovese, entrato quest’estate a far parte di Nessuno Tocchi Caino col ruolo di fundraiser, ha compreso questo valore con una determinazione che merita profondo rispetto. Sta mettendo competenze, mezzi e carisma al servizio dei dimenticati, trasformando un’esperienza devastante come la detenzione in un riscatto concreto. Vedere giovani come Giulia Troncatti impegnarsi nelle visite penitenziarie e riscoprire la storia radicale mi riempie di speranza. L'esempio di riscatto e responsabilità di Genovese accresce la mia stima e ci fa guardare con fiducia al futuro.
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