Il gruppo legato a Fratelli d’Italia lancia un’iniziativa che definire vile è un eufemismo: un volantino con un QR code che invita gli studenti a segnalare i docenti che farebbero propaganda durante le lezioni. Questi ragazzi rileggano le memorie del presidente eroe. Che pagò fino in fondo il prezzo della libertà, si assunse ogni responsabilità per le sue azioni di lotta al fascismo, rifiutò la grazia
Nel 1984, quando frequentavo la quarta elementare, la mia classe andò in visita al Quirinale. Erano gli anni in cui Sandro Pertini era il “nonno presidente”, una figura amata dai bambini, celebrata nelle canzoni Gino Bramieri, o nell’Italiano di Toto Cutugno a Sanremo, «un partigiano come presidente». Per prepararmi a quell'incontro, sfogliai un libro che avevamo in casa, Sei condanne due evasioni, un testo edito allora da Mondadori per le scuole (oggi è stato ripubblicato da NdA), denso di documenti sulla sua lotta contro il fascismo, con una prefazione di Vico Faggi che oggi definirei di una complessità quasi universitaria.
Quel libro mi insegnò che l’Italia era nata dal sacrificio di ragazzi che avevano pagato il prezzo della ribellione mentre le dittature sembravano trionfare.
A distanza di più di quarant’anni leggo che in vari licei d’Italia, a Palermo, Cuneo e Alba, a Pordenone, un gruppo di estrema destra, legato a Fratelli d’Italia, Azione Studentesca, ha lanciato un’iniziativa che definire vile è un eufemismo: un volantino con un QR code che invita gli studenti a segnalare e schedare i «professori di sinistra» che farebbero propaganda durante le lezioni.
Davanti a questo tentativo di trasformare la scuola in un luogo di delazione, è facile riprendere le parole di Pertini sulla «logica dell’inquisizione» consustanziale al fascismo, descritta nel libro che leggevo da ragazzino. Nell’introduzione Vico Faggi spiegava che lo Stato totalitario estende il raggio della vigilanza e dello spionaggio dai condannati agli amici, ai conoscenti, in un processo di controllo ossessivo.
L’esempio di Pertini
Sbagliamo a rubricare l’iniziativa di Azione Studentesca come una provocazione, o peggio ancora una ragazzata. È un tentativo, letteralmente maldestrissimo, di ritornare al ventennio nero in cui il regime usava insieme allo squadrismo, la delazione, per soffocare ogni voce dissenziente.
Nel 1925, Pertini fu arrestato per aver distribuito un manifesto intitolato Sotto il barbaro dominio fascista. Quelli che i documenti di polizia dell’epoca chiamavano propaganda sovversiva erano in realtà l'esercizio della libertà di pensiero. Oggi Azione Studentesca usa il termine propaganda per colpire docenti che portano in classe le proprie valutazioni nel rispetto della democrazia.
Dalla lotta di liberazione nasce quella Costituzione che per la prima volta in Italia tutela la libertà di insegnamento. Nello Statuto Albertino (che è la costituzione italiana dal 1861 al 1947, compreso il fascismo) non c’era un articolo specifico sulla libertà di insegnamento. Lo Statuto garantiva alcune libertà fondamentali come la libertà di stampa (art. 28) e la libertà di riunione (art. 32), ma non conteneva riferimenti espliciti alla libertà di insegnamento. Dal 1948 la libertà di insegnamento è invece garantita dalla Costituzione della Repubblica italiana, all’articolo 33.
Dopo l’arresto, Pertini, nemmeno trentenne, fin dal suo primo interrogatorio, scelse una linea di condotta che oggi dovrebbe far vergognare chiunque inviti alla delazione: si assunse la piena responsabilità delle sue azioni, tenendo celati i nomi di chi lo aveva aiutato. Voleva «pagare di persona» e non coinvolgere altri nelle sue disavventure di perseguitato politico.
Con una vigliaccheria da piccoli fascisti da terzo millennio, l’iniziativa di Pordenone chiede agli studenti di diventare informatori anonimi, alimentando quel clima di sospetto che Pertini condannava sprezzante.
Il sindaco di Pordenone ha minimizzato l’iniziativa di Azione studentesca contestando solo il metodo e non l’obiettivo di questa schedatura. Ma il metodo è l’essenza stessa dell’autoritarismo.
Schedare gli insegnanti
In Sei condanne e due evasioni leggiamo come il Tribunale speciale non fosse un organo di giustizia, ma una macchina per condannare e reprimere. Vedere oggi ragazzi che si propongono di segnalare i propri insegnanti ricorda tragicamente quel clima in cui la pubblica sicurezza si dichiarava impotente a difendere chi la pensava diversamente.
La scuola democratica è nata dalla Costituzione (che non a caso è stata aggiunta in appendice alle nuove edizioni del libro di Pertini per sottolineare la differenza tra l’ideologia sulla pedagogia pubblica tra stato fascista e quello repubblicano), garantisce, insieme alla libertà di insegnamento (art. 33), la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21). Schedare i docenti per le loro opinioni politiche è una violazione flagrante di questi principi.
C’è un passaggio nel carteggio di Pertini con Vito Faggi, che viene incluso nella nuova edizione Nda, che è appropriatissimo per replicare a questa arroganza. Quando la madre di Pertini, disperata per la prigionia del figlio, presentò domanda di grazia, lui le scrisse parole durissime: «La libertà diventa un sudicio straccio da gettar via, acquistato al prezzo di questo tradimento. Mi si lasci in pace con la mia condanna, che è il mio orgoglio e con la mia fede, che è tutta la mia vita».
E ancora, in una lettera al Presidente del Tribunale Speciale, Pertini dichiarò che quella domanda di grazia lo umiliava profondamente perché avrebbe macchiato la sua fede politica. Pertini non accettò mai atti di clemenza dal «barbaro dominio fascista».
Quei docenti e quegli studenti che oggi si oppongono a questa schedatura stanno difendendo quella stessa dignità. Sanno che la libertà non è un dono della Costituzione repubblicana, ma una conquista che si difende ogni giorno contro chi vorrebbe ripristinare vigliacchissime repressioni poliziesche da Ovra improvvisata.
Lottare per il diritto allo studio
Nel 2000, quando Francesco Storace era appena stato eletto presidente della Regione Lazio, la sua giunta decise di accogliere la richiesta del consiglio regionale di verificare con un'apposita commissione l'attendibilità delle ricostruzioni storiche dei libri di testo scolastici, riguardanti in particolare gli eventi del Novecento.
Quell’iniziativa si perse per fortuna nel nulla; ma si trattava di altri tempi, meno bui di quelli attuali, in cui l’anticostituzionalismo è spesso rivendicato persino a livello istituzionale, in cui persino per la Giornata della memoria non si ricorda l’infamia delle leggi razziali da parte del ministero dell’istruzione.
C’è un altro elemento che vale la pena ricordare, per respirare un’aria meno mefitica di quella che vorrebbero insufflare nel dibattito politiche le iniziative scomposte di Azione studentesca.
Anche nei momenti più bui del carcere a Pianosa, Pertini lottò per il diritto allo studio. Insieme ad altri detenuti politici, organizzò uno sciopero della fame e una protesta (facendosi trascinare a braccia dalle guardie) per poter avere quaderni, penne e libri nelle celle.
Vedere oggi degli studenti che usano un QR code non per rendere più fruibile la divulgazione di conoscenza, ma per limitare la libertà di parola dei loro docenti, è un paradosso grottesco.
L’iniziativa di Azione Studentesca mira a delegittimare il ruolo dei docenti e sputa sulla dignità degli studenti. Anche questa è garantita dalla Costituzione nata dalla lotta di Liberazione. Pari dignità sociale per tutti, si dice nell’articolo 3, senza distinzione di opinioni politiche. Nessuno può essere privato dei propri diritti per motivi ideologici. Schedare gli insegnanti per le proprie opinioni è un atto che appartiene al passato. Occorre ritrovare le ragioni della lotta di chi come Pertini si oppose a queste forme pusillanimi di delazione e repressione.
© Riproduzione riservata


