Per il Giorno della memoria il ministero dell’Istruzione e del Merito emana una circolare destinata alle scuole che usa una terminologia a dir poco vaga. Chi liberò il campo di Auschwitz? Chi lo aveva creato? Chi commise le «atrocità» di cui si parla? Un testo retorico ed emotivo, sganciato da ogni appiglio storico, che tradisce lo spirito della giornata
La circolare emanata dal ministero dell’Istruzione e del Merito per il Giorno della memoria del 27 gennaio 2026 è un documento che rischia di trasformare il dovere del ricordo in un esercizio di amnesia collettiva. Anche se il testo richiama la legge 211/2000, che ha istituito il Giorno della memoria, e anche le risoluzioni Onu, questa circolare compie una scoperta e sistematica decontestualizzazione dei fatti storici, omettendo proprio quegli elementi di responsabilità politica e ideologica che sono alla base della ricorrenza: la condanna esplicita del nazismo, del fascismo e delle leggi razziali italiane.
«Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz vennero abbattuti»: per fare questa opera di rimozione occorre anche ovviamente un annullamento degli agenti storici e una estesa vaghezza terminologica. Il ministero utilizza una forma passiva che priva la storia del suo “complemento d'agente”. Cosa è accaduto ad Auschwitz il 27 gennaio del 1945? Non viene menzionato che furono le truppe sovietiche a liberare il campo, né si fa riferimento a chi aveva creato e mantenuto per anni il campo di sterminio. Non è utilizzata mai nella circolare la parola nazismo.
E ancora più grave è l’assenza di un richiamo puntuale alle leggi razziali fasciste del 1938. Mentre la legge del 2000 impegna la Repubblica a ricordare specificamente «la persecuzione italiana dei cittadini ebrei» e l'opposizione degli antifascisti, la circolare 2026 preferisce termini universali e sfumati come «atrocità» o «capitoli oscuri». Fatte da chi? Quando? Perché?
Questa scelta lessicale produce una memoria che non è nemmeno a metà. Il male appare come un’entità astratta e metafisica. Si privano gli studenti della comprensione delle responsabilità storiche concrete del regime fascista italiano. Si privano i docenti di uno strumento per introdurre in classe il senso di quella memoria, come paradigma anche di altre tragedie storiche.
Questa deriva ministeriale non è purtroppo una sorpresa; fa il paio con il disegno di legge di Fratelli d’Italia sull’antisemitismo. Ma alla responsabilità politica qui si aggiunge una responsabilità educativa. Non è ancora scomparso l’ultimo testimone della Shoah, ma aveva terribilmente ragione lo storico David Bidussa quando scriveva più di un decennio fa ormai del pericolo che, con la scomparsa dei sopravvissuti, la memoria corre il rischio di trasformarsi in una liturgia riparatrice o in un mito consolatorio che serve più a autoassolversi che a comprendere il passato.
Bidussa sottolineava come in Italia persista una diffusa incapacità di fare i conti con il mito del “bravo italiano”, ovvero con il consenso e l’indifferenza che permisero l’applicazione delle leggi razziali. Ed ecco una circolare diretta alle scuole, che insiste quasi esclusivamente sulla dimensione emotiva e sul sentimento del ricordo, evitando accuratamente di promuovere il sapere critico necessario per smontare il mito dell’innocenza nazionale.
L’approccio del ministero è quello di mettere in campo iniziative come il concorso "I giovani ricordano la Shoah" o visite virtuali a Auschwitz – anche qui nella locandina sparisce qualunque simbolo o divisa nazista. Il rischio è il fallimento: come fare, se non si nominano i contesti storici, a fornire strumenti analitici per comprendere la genesi del pregiudizio razziale e l’evoluzione dell’antisemitismo in Germania, in Italia e in Europa negli anni trenta e quaranta del novecento?
Affrontare il Giorno della memoria nel 2026 richiede di riflettere su parole chiave come antisemitismo e genocidio non come eventi isolati, ma come processi storici dinamici: l’antisemitismo non è un fenomeno eterno, ma una costruzione storica che si alimenta di stereotipi sedimentati, come quelli legati al cospirazionismo.
La responsabilità della scuola, qual è? Il compito delle istituzioni non dovrebbe essere quello di creare “credenti” della memoria, ma cittadini capaci di interrogare i documenti e comprendere la complessità di quella che Primo Levi definiva zona grigia. In questa circolare ministeriale tutta la questione della colpa, della responsabilità, scompare. La zona grigia è diventata una nebbia.
Il senso primario del Giorno della memoria, come stabilito dall'Articolo 1 della Legge 211, parte proprio dal riconoscimento delle colpe specifiche: lo sterminio, le leggi razziali, la prigionia dei deportati politici e militari. Ignorare o sottacere il ruolo del fascismo e dell'apparato statale italiano nella deportazione significa tradire lo spirito stesso della norma.
Perché il 27 gennaio non diventi una vuota celebrazione retorica, è necessario che il ministero torni a parlare di storia, non solo di emozione. Occorre sottrarre la Shoah alla banalizzazione monumentale per restituirla alla sua tragica concretezza sociale e politica. Solo così la memoria può essere un anticorpo contro la disumanità, e non un velo steso sulle responsabilità di ieri e di oggi.
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