Se volessimo individuare il momento simbolo di questa guerra civile dovremmo proiettarci nel giugno del 2023, sotto le navate gotiche del Duomo di Milano. Là, tra un Gabibbo finto e un verissimo stuolo di personalità politiche, televisive, calcistiche, Barbara D’Urso veniva immortalata a mo’ di prefica di Canale 5, mani giunte in preghiera, espressione contrita e abito di pizzo nero.

Dal funerale di Silvio Berlusconi alla tele-dipartita della conduttrice che per vent’anni ha plasmato «col cuore» il pomeriggio del Biscione a suon di caffeuccio non è passato molto.

Maria Carmela detta Barbara, nome scelto per rendere più appetibile il suo esordio al pubblico meneghino di Telemilano58, non ha mai fatto mistero del grande dolore provocato da quell’esilio da Cologno voluto da Pier Silvio, in apparenza inspiegabile, visti i successi dursiani, se non nei termini di una protezione cavalleresca saltata e dell’operazione pulizia di reti cominciata appunto nel 2023.

Dopo tre anni di inquietudine erratica, interviste confessione, passi a due a Ballando, paventati ritorni in chiave Rai spinti da Matteo Salvini, vecchia conoscenza di D’Urso che in tempi di Covid si avventurò in un Eterno Riposo in duetto con lei, arriva la reazione, cioè la causa a Mediaset.

Tra le ragioni – non economiche – di questo attacco frontale, oltre a questioni di diritti d’autore e di Codice Etico, ce n’è una particolarmente curiosa, più che per il valore legale per quello di intrigo televisivo: ci sarebbe infatti stato per la conduttrice l’obbligo di far approvare i suoi ospiti da Toffanin e De Filippi.

Un Eva contro Eva contro Eva del palinsesto berlusconiano, a riprova del fatto che le gerarchie contano eccome, anche nell'azzurro cielo della libertà.

Contrordine, avevamo interpretato male quell’immagine funebre. Non era prefica di Canale 5, bensì martire.

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