C'è qualcosa che non funziona quando un malato oncologico riceve la visita delle forze dell'ordine per una terapia prescritta dal proprio medico. C'è qualcosa che non funziona quando una persona si sente dire «deve portare il suo gatto in caserma» per rendere conto dell’olio prescritto dal veterinario. E c'è qualcosa che non funziona quando medici e farmacisti iniziano a rinunciare a prescrivere e vendere medicinali a base di cannabis per paura.

Negli ultimi giorni ci siamo trovati a seguire una vicenda che rischia di produrre un effetto devastante sull'accesso alla cannabis terapeutica in Italia. Parliamo di pazienti e proprietari di animali domestici in cura con cannabis terapeutica (che in Italia è legale dal 2007), tutti regolarmente prescritti, convocati dalle forze dell'ordine o raggiunti nelle proprie abitazioni e perfino sui luoghi di lavoro per essere ascoltati come persone informate sui fatti. L'elemento che li accomuna è l'aver acquistato il farmaco dalla stessa farmacia dell'Emilia-Romagna, ricevendolo tramite spedizione a domicilio.

L’impatto sul diritto alla cura

La questione delle spedizioni di cannabis terapeutica è controversa e la giurisprudenza prevalente tende a escluderle. Ma ciò che oggi preoccupa è altro. Dopo aver denunciato pubblicamente la vicenda insieme all'avvocata Cathy La Torre, abbiamo raccolto decine di testimonianze. Tra queste ci sono malati oncologici, persone affette da patologie gravi, pazienti impossibilitati a spostarsi autonomamente. Da quanto abbiamo ricostruito, l'inchiesta coinvolgerebbe circa 600 pazienti come persone informate sui fatti, quindi non indagate. Ma il timore è che l'attenzione non riguardi soltanto le spedizioni: dalle testimonianze emerge l'impressione che sotto osservazione siano finiti anche medici, veterinari e prescrizioni.

Il risultato è già evidente. Molte farmacie hanno smesso di spedire. Alcuni medici hanno smesso di prescrivere. I pazienti hanno paura di essere coinvolti in accertamenti solo per aver seguito una terapia legittima. È questo il punto politico della vicenda. Anche quando nessuno viene formalmente accusato, si può produrre un effetto raggelante sui diritti. Si può scoraggiare l'accesso alle cure. Si può spingere professionisti e pazienti a rinunciare per timore delle conseguenze.

Per questo abbiamo deciso di portare la questione all'attenzione delle istituzioni con una conferenza stampa alla Camera dei deputati, tenutasi venerdì 12 giugno, insieme agli onorevoli Riccardo Magi, Marco Grimaldi e Davide Aiello. Chiediamo chiarezza sulle modalità con cui sono stati utilizzati dati sanitari estremamente sensibili. Chiediamo spiegazioni sugli interrogatori rivolti a persone non indagate. Chiediamo soprattutto che venga garantita la continuità terapeutica a chi ha bisogno di queste cure.

Oltre i pregiudizi

Negli ultimi anni il dibattito sulla cannabis è stato spesso dominato da pregiudizi ideologici. La cannabis terapeutica sembrava esserne rimasta al riparo, riconosciuta come uno strumento medico prima ancora che come tema politico. Oggi questo equilibrio appare in discussione.

Non possiamo permettere che il pregiudizio verso la cannabis travolga anche i pazienti. La salute non può diventare il terreno di una battaglia culturale. E la paura non può trasformarsi in una terapia di Stato.

Continueremo a seguire questa vicenda e a chiedere risposte alle istituzioni. Nel frattempo faremo ciò che riteniamo più utile: fornire informazioni corrette a chi rischia di essere lasciato solo in mezzo alla confusione e all'incertezza. Per questo, come Meglio Legale, abbiamo realizzato una guida completa sulla cannabis terapeutica, disponibile gratuitamente online. Perché quando il dibattito pubblico si lascia guidare dai pregiudizi, la conoscenza resta il primo strumento di tutela dei diritti.

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