Da Fratelli d’Italia a Bisteccheria d’Italia il passo compiuto dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è stato breve quasi quanto il tempo necessario a cuocere una costata. Al sangue e made in Italy, naturalmente.

La domanda alla quale nessuno risponde in questa storia di gravità inaudita è come ha potuto Delmastro trovarsi in uno studio notarile a firmare l’atto di costituzione di una società assieme alla figlia di un condannato per complicità con il potente clan della camorra romana. Come è stato possibile che al vice del guardasigilli sia sfuggita per ingenuità e sciatteria la pericolosità di un tale investimento con la rampolla dell’imprenditore del clan nel ristorante Bisteccheria d’Italia. Imprudenza o piena consapevolezza?

Sia nel primo caso sia nel secondo, Delmastro mostra tutta la sua inadeguatezza al ruolo istituzionale che ricopre. Era così con una condanna in primo grado per rivelazione di segreto al suo amico Giovanni Donzelli, figurarsi ora che si è scoperto di questo intruglio di affari privati con una famiglia legata alla camorra.

Supponiamo che il sottosegretario abbia detto la verità: «Appena scoperto i legami familiari della ragazza (sua socia, ndr) ho lasciato la società». Quindi mettiamo pure che sia stato tutto un grande equivoco, a sua insaputa come nella migliore tradizione italica delle giustificazioni post misfatto. Lasciamoci convincere, pure, che in fondo la foto assieme al condannato nel locale delle bistecche è frutto del caso. E diamo per buone le rassicurazioni diffuse da Palazzo Chigi.

Ebbene, dato tutto questo, causa e pretesto, Delmastro non ha comunque scusanti. Non è, infatti, un cittadino comune, non è un passante tra i corridoi di un ministero, non è un italiano come altri milioni: è il sottosegretario alla Giustizia; ha la delega sulle carceri, sul 41 bis per i mafiosi; è uno dei padri della riforma sulla separazione delle carriere. Se sottovaluta un pericolo, mette a rischio la credibilità non della sua cerchia personale, ma dell’istituzione che rappresenta.

Possiamo anche credere alla bizzarra storia raccontata da Delmastro sulla casualità degli eventi che lo hanno portato a diventare socio della figlia di un condannato per essere complice dei boss Senese. Tuttavia è inaccettabile che chi si occupa di materie sensibili come la giustizia e le carceri (cruciali nelle dinamiche di potere delle mafie) non verifichi il profilo della persona con cui sta pianificando un investimento. Al netto dell’opportunità stessa di avviare un’azienda mentre governa la «nazione», sarebbe bastato, se di distrazione si è trattato, chiedere a qualche forza di polizia un controllo sulla giovanissima donna figlia dell’impresario dei Senese.

Perché non lo ha fatto? Come spiega, poi, la contraddizione emersa tra la sua replica e lo scatto che lo immortala assieme al condannato? Infine, un’ultima domanda: chi lo ha condotto nel tempio del clan Senese nel pieno del mandato da sottosegretario? Chi siede al vertice della Giustizia non può tacere di fronte a ombre di tale portata. Il limite etico (non giudiziario, quello è irrilevante) è oltrepassato. E il silenzio è un ulteriore macigno sull’articolo 54 della Costituzione: chi ricopre ruoli pubblici deve servire la Repubblica con disciplina e onore.

Dunque, a meno che Delmastro non voglia stracciare il resto della Carta nata dalla Resistenza, non gli resta che dimettersi. Almeno potrà davvero godersi le bistecche patriote alla Bisteccheria d’Italia assieme all’amico del boss. Se non avrà lui un sussulto di dignità, deve averlo la presidente del Consiglio. Lei che cita sempre Paolo Borsellino dovrebbe ricordare l’insegnamento sulla morale dei politici.

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