Il gregge di pecore scende dalla collina, si schiaccia sul piccolo sentiero lungo il muro di cinta, passa davanti al cancello d’acciaio sormontato dalla bandiera italiana. Sui cartelli triangolari, firmati dalla Questura di Roma, c’è il disegno di un serpente e un avviso: «Attenzione rettili». Eccolo qui il centro di Gjader, fortemente voluto dal governo italiano: inutile, costoso, dannoso. Da quando è stato costruito anche la vita dei pastori è diventata più complicata, questi 70mila metri quadrati di prefabbricati hanno sconvolto l’ambiente, i piccoli corsi d’acqua e le rotte degli animali. Non quella dei rettili, però, che testardamente continuano a cercare di attraversare il centro, da cui i cartelli.
Gjader è isolato, e non per caso: doveva essere più lontano possibile dagli occhi degli elettori albanesi. Da qui non si sentono i rumori delle proteste che stanno scuotendo Tirana, tra sagome di fenicotteri e «Rama dimettiti», ma è chiaro che la situazione per il Protocollo Italia-Albania non potrebbe essere peggiore: per poter cambiare (di nuovo) la destinazione d’uso del centro bisognerebbe modificare il Protocollo; l’idea che possa diventare un «hub di rimpatrio», prevista dalla nuova normativa europea, sembra insostenibile per un governo che ogni sera vede riempirsi le strade di manifestanti.
«Comecanidentrolagabbia»La visita
E intanto il centro sta lì, un monumento allo spreco: questa settimana, insieme ad altre colleghe del Parlamento europeo, siamo entrate per una visita e abbiamo trovato poche decine di persone. Il governo aveva promesso «36mila migranti l’anno!». Da quando esiste il Cpr ne sono passate poco più di seicento. Oggi si organizzano uno o due trasferimenti a settimana, giusto per non lasciarlo tutto vuoto, ma la gran parte di chi viene portato in Albania poi viene riaccompagnato, libero, in Italia. Arrivano con le fascette ai polsi su un volo della Guardia di Finanza. Ripartono verso l’Italia accompagnati dalla polizia, su un traghetto di linea, insieme ai turisti. Che senso ha?
E in mezzo, tra un viaggio e l’altro, c’è la brutalità di Gjader. Le persone che incontriamo chiedono: «Perché? Che ci faccio qui? Mi volete rimandare in un paese che neanche ricordo più». Già, perché molte delle persone che finiscono qui erano nel nostro paese da dieci, quindici, trent’anni. Hanno mogli e figli italiani, raccontano lo strazio delle videochiamate con i figli che baciano lo schermo del telefono.
Un ragazzo era in Italia da meno tempo, neanche otto anni, e parla un italiano decisamente migliore della maggior parte di chi mi insulta sui social network strillando alla “remigrazione”. Ci dice che il nostro è un paese meraviglioso, non vorrebbe andare altrove in Europa. Ha un lavoro, aveva aperto una piccola attività. Se lo rimandano al suo paese d’origine potrebbe subire persecuzioni per via del suo orientamento sessuale, ha chiesto asilo.
Un altro ragazzo fa il cuoco, gli scappa l’accento emiliano e la più tipica delle espressioni bolognesi mentre ci racconta la fatica di stare lì. Tienila stretta la tua ironia, gli diciamo, ti sarà preziosa. «Certo, io uso l’ironia. Sennò finirei a tagliarmi come gli altri, ma io non voglio finire così».
CprSenso di ingiustizia
Ecco, i tagli. Come sempre, nel registro degli eventi critici del centro di Gjader troviamo atti di autolesionismo, tentativi di suicidio. Diverse proteste, recenti, «per i ritardi dell’ufficio immigrazione». Qualche rissa. Tra tutti, un generale senso di ingiustizia. Chi è stato in carcere, e ha finito di scontare la pena, chiede perché non può tornare alla sua casa italiana, alla sua famiglia italiana. Come succede ai suoi compagni di cella italiani.
Poi ci sono coloro che hanno soltanto irregolarità amministrativa alle spalle, niente condanne, ma un permesso di soggiorno perso per vari motivi, compresa l’esasperante burocrazia italiana.
L’unica cosa che accomuna tutti è il senso di questo tempo perso nell’ingiustizia; i giorni, settimane o mesi sprecati qui («come animali», ci dice un ragazzo che stringe la foto della sua famiglia) in attesa di un rimpatrio, forse, o molto più probabilmente della liberazione e un traghetto per l’Italia. «Che senso ha?», ci chiedono. Nessuno.
© Riproduzione riservata

