Nell’elezione dei componenti togati del Consiglio superiore di magistratura è senza dubbio emersa una forte spinta al rinnovamento, peraltro legittimata da una altissima partecipazione al voto (circa il 90 per cento), con oltre 2.500 nuovi magistrati. Ma c’è un passato che non passa e che cerca un legame strettissimo con la politica
Come ho già avuto modo di segnalare, il momento che attraversa la magistratura è ricco di opportunità, ma non privo di incertezze. L’elezione dei componenti togati del Csm appena conclusasi ne costituisce riprova. È opinione comune – invero piuttosto semplificante – che vi sia stata una forte affermazione della magistratura “progressista”. La sintesi può essere imprecisa, ma senza dubbio è emersa una forte spinta al rinnovamento, peraltro legittimata da una altissima partecipazione al voto (circa il 90 per cento), con oltre 2.500 nuovi magistrati.
Questi risultati segnalano una piena continuità con il clima referendario e la determinazione a preservare la preziosa separazione fra i poteri dello Stato e a tutelare l’indipendenza e autonomia della magistratura. Sono una buona premessa, rispetto alle molte e difficili sfide che attraversano i rapporti fra magistratura e politica in Italia, le cui evidenze sono quotidiane. Ma soprattutto implicano un’assunzione di responsabilità nella direzione dell’autoriforma e della capacità di affrontare i nodi irrisolti ancora sul tappeto.
Sarebbe un errore, però, trascurare che il risultato elettorale non è stato frutto solo della spinta verso questo rinnovamento. La candidatura – e ora l’elezione – di Cosimo Ferri allude ad un passato che preme per ritornare, alla ricerca di un legame strettissimo con la politica. Oltre che segretario di Magistratura Indipendente e già componente del Csm, Ferri è stato a lungo parlamentare, nonché sottosegretario in ben tre diversi governi: con il suo coinvolgimento nello scandalo del Hotel Champagne e la sua vicinanza ad entrambi i due “lati” del tavolo che gestisce i rapporti fra magistratura e politica, rappresenta plasticamente ciò da cui la magistratura in questi anni ha cercato di tenere le distanze.
I rischi
La sua elezione, dunque, non rappresenta un buon segnale per quanti aspirano al rinnovamento e “al mutuo rispetto e mutua diffidenza”, fra questi due mondi. Il pericolo non sono i gruppi o le correnti interne alla magistratura, ma la promiscuità e il collateralismo nei rapporti fra magistratura e politica, fra correnti e partiti. Al di là dei profili e degli obiettivi individuali, questa candidatura si è oggettivamente saldata con quella di altri magistrati, assumendo il sapore di una competizione in contrasto con il gruppo di Magistratura Indipendente che ha condizionato non poco il risultato elettorale, contribuendo in misura decisiva alla sconfitta subita da MI, nel tentativo di isolare quella parte di magistratura moderata che aspira ad un sincero cambiamento e ad una netta separazione: in definitiva, sembra di poter dire che la fronda meno incline a preservare la distanza dalla politica e dal governo ha inteso mandare un chiaro segnale di stop all’attuale direzione unitaria della magistratura.
È ragionevole aspettarsi che la magistratura moderata abbia le spalle larghe e tenga la barra dritta. Anche perché sul piano elettorale non può dirsi che l’iniziativa abbia pagato: l’unico eletto è stato Cosimo Ferri e con soli 258 voti personali.
Comunque, l’ombra politica che questa operazione allunga sul Csm e sull’Anm non va ignorata, soprattutto nel momento della individuazione della componente “laica” in vista della scelta del Vicepresidente dell’organo di governo autonomo della magistratura.
Il parlamento ha l’occasione di offrire un importante contributo alla riscrittura dei rapporti fra magistratura e politica che hanno caratterizzato gli ultimi anni, nominando come componenti personalità autorevoli e con una solida tradizione giuridica alle spalle, in vista di una pagina nuova e non di una vecchia.
© Riproduzione riservata