Il protagonista dello scandalo dell’Hotel Champagne è riuscito a ritornare in consiglio, vent’anni dopo la sua prima elezione. La magistratura e il Consiglio, però, nel frattempo sono molto mutate
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Qualcuno teme già per l’immagine che questo proietterà sulla magistratura, per altri è la prova che la storia dell’Hotel Champagne andrebbe se non riscritta quantomeno corretta. Il più soddisfatto è comunque lui: Cosimo Ferri è tornato al Csm, eletto sì sul filo di lana come l’ultimo nella quota proporzionale. Eppure, una volta in consiglio, il come ci si è arrivati conta poco.
La sua storia
Per raccontare la sua storia bisogna partire dagli incarichi che ha già ricoperto, oltre che dal suo retaggio familiare. Figlio del magistrato ed l’ex ministro dei Lavori pubblici Enrico Ferri, uomo forte delle preferenze in Toscana soprannominato il “ministro 110 all’ora”, Cosimo Ferri ha seguito le orme del padre sia indossando la toga che nel cursus honorum giudiziario e politico.
Proprio come il genitore, appena trentacinquenne nel 2006 viene eletto al Csm, ne segue l’elezione a segretario della corrente dei conservatori di Magistratura indipendente nel 2011 di cui anche Enrico Ferri era stato leader, poi l’elezione all’Anm e poco dopo, nel 2013, la nomina a sottosegretario della giustizia. La parabola sembra inarrestabile: nel 2018 viene eletto deputato nelle file del Partito democratico.
Il momento in cui la sua parabola ascendente si blocca è il 2019: lo scoppio dello scandalo dell’Hotel Champagne che ha fatto emergere il correntismo e i rapporti tra magistratura e politica nella gestione delle nomine negli uffici giudiziari.
Il caso è costato al capocorrente di Unicost, Luca Palamara, la radiazione dalla magistratura e conseguenze penali, con un patteggiamento per traffico di influenze illecite. Ferri invece ha resistito a tutti gli urti, protetto anche dalle guarentigie parlamentari che bloccano l’utilizzo delle intercettazioni nel procedimento disciplinare, ed esce da quel turbine mediatico e giudiziario senza conseguenze.
Da lì ha progettato la sua risalita fino ad oggi: passa alla giustizia tributaria come giudice e anche lì sceglie la via politica, candidandosi nel 2023 alle elezioni del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, dove risulta il primo degli eletti tra i magistrati ordinari. Dopo una parentesi come consigliere comunale a Carrara, torna a vestire la toga ordinaria.
qualcosa è cambiato
Ora, vent’anni dopo, Ferri è di nuovo al vertice della magistratura istituzionale, ma varcherà le porte di quello che all’epoca era palazzo dei Marescialli e oggi è stato ribattezzato palazzo Bachelet. In vent’anni infatti molto è cambiato, indirettamente anche a causa sua.
La magistratura infatti ha dovuto resistere ad almeno due terremoti. Il primo è stato lo scandalo dell’Hotel Champagne del 2019 appunto, di cui Ferri è stato protagonista e che ha fatto scoprire all’opinione pubblica i tentacoli del correntismo, gli accordi per le nomine e i rapporti tra politica e magistratura. Quella stagione oscura ha costretto tutti i gruppi associativi a un percorso di autocoscienza e ha incrinato la percezione delle toghe nell’opinione pubblica.
Il secondo è stato il referendum sulla giustizia di marzo che sì è stato vinto, ma dopo uno scontro al calor bianco con il governo, che proprio sull’Hotel Champagne ha giocato buona parte della campagna elettorale.
Gli ultimi cinque anni hanno visto un dibattito interno alle toghe tutto ripiegato a ragionare sulle storture prodotte dal correntismo, sul ruolo dei gruppi associativi e sulla riforma secondo regole di trasparenza e rigidità – ancora solo parzialmente riuscita – il meccanismo delle nomine.
Oggi, però, anche per i magistrati si può dire che il voto sia sovrano e che l’esito costringa ancora una volta a guardarsi dentro.
E ora?
Evidentemente, Ferri è rimasto una costante nel cuore profondo delle toghe. Certo non come un tempo, perché nel frattempo anche lui è cambiato. Da mister preferenze all’Anm e capocorrente dei conservatori, Ferri è diventato un battitore libero – il più indipendente di tutti, come si è definito – e dunque ha dovuto vincere in astuzia più che in forza, con il collegamento nei collegi con altri quattro candidati, sfruttando il meccanismo proporzionale della legge Cartabia. Ne esce comunque ridimensionato: non più a capo di un gruppo e quindi in grado di determinare gli equilibri. E dovrà scegliere: diventare – come alcuni temono – l’undicesimo laico e dunque legarsi alla componente politica, oppure rimanere autonomo ma nell’alveo dei togati, magari avvicinandosi a qualcuno dei gruppi.
Nella magistratura oggi ci si interroga anche su altro: i 258 voti personali che ha preso nel collegio Giudicante 2 sono tanti o pochi? C'era chi si aspettava che non ne prendesse nemmeno uno, visto come il suo nome è legato allo scandalo, altri invece immaginavano la sua capacità elettorale. Ferri, infatti, ha iniziato a lavorare per la candidatura già a luglio, puntando soprattutto sulla schiera di nuove leve entrate in magistratura con gli ultimi concorsi.
Simulacro di un mondo che non c'è più, ma comunque "memento" di quel mondo che forse cova ancora sotto la cenere, la sua elezione è frutto di un consenso sì minoritario, ma comunque esistente. Con questo e con Ferri, che tra gli eletti è forse il più esperto della "macchina Consiglio", il nuovo Csm dovrà fare i conti.
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