In quest’epoca di polarizzazione esasperata, è bello poter celebrare il progressivo affermarsi di un comune sentire nel modo di parlare del cancro. La svolta è molto più che lessicale e, finalmente, appare sempre più condivisa: dopo che sono state cestinate le etichette di “brutto male” e “male incurabile”, sembra finalmente avviarsi sulla via del tramonto anche la narrazione bellica ed eroica che dominava fino a qualche anno fa. Concita De Gregorio rivendica questo cambio di paradigma a ogni presentazione del suo ultimo libro, intitolato La cura.

L’altro giorno, a Di Martedì, Alessandro Di Battista ha riaffermato il concetto, dopo aver raccontato di aver ricevuto la diagnosi di un tumore al cervello in un ospedale di Cuba: «Io non sono uno di quelli che dice io ce la farò, combatterò. Anzi, la retorica del guerriero neanche mi piace così tanto». Non è un cambiamento culturale da poco, tanto più quando esce dalla bocca di una persona nota proprio per il suo spirito combattivo, da militante che ha fatto della lotta politica e sociale il segno distintivo della propria storia.

Meno di dieci anni fa, invece, c’erano ancora personaggi famosi che dichiaravano: «Se ce l’ho fatta io, ce la possono fare tutti. Dipende solo da te». E via con tutte le possibili metafore che giravano intorno a combattenti, supereroi, scudi e armi molecolari, lotta, battaglie e tutta la terminologia bellica che spingeva a non arrendersi per arrivare alla gloria della vittoria. (Ne parlo al passato, ma so bene che titoli e articoli di questo tenore si scrivono ancora, ahimè).

La narrazione 

Purtroppo, però, non tutti i pazienti arrivano a indossare la corona di alloro, e certamente non per colpa loro. Contro il cancro si può “perdere” per il tipo o l’aggressività della malattia che ci colpisce, perché la si scopre tardi, perché resiste alle cure, perché si sono ereditati geni meno favorevoli, ma certo non per la colpa di non aver lottato a sufficienza. Ci sono persone dal carattere più fragile che superano la malattia e individui che caratterialmente si riconoscono in pieno nell’immagine del combattente, eppure, esame dopo esame, vedono avanzare il tumore nonostante i propri sforzi.

Se si accoglie questa narrazione, il malato finisce per sentirsi in colpa ogni volta che si sente stanco, scoraggiato, arrabbiato, spaventato, depresso, tutti stati d’animo che, invece, ha pieno diritto di sperimentare, senza il timore che un’emozione negativa possa compromettere il suo percorso di cura. E nessuno ha il dovere di mostrarsi coraggioso, quando magari ha il cuore pieno di una più che giustificata paura. Nascondere questi sentimenti, sorridere e fare finta di nulla può facilitare le cose alle persone vicine, evitando conversazioni intime difficili e imbarazzanti, ma fa sentire la paziente, o il paziente, ancora più solo.

Atteggiamento paternalista 

Invece, sebbene la diagnosi in qualche modo colpisca tutta la famiglia, ci si deve in primo luogo preoccupare di ridurre il più possibile il suo malessere, non quello degli altri. Se l’importante è reagire, lottare, non arrendersi mai, chi sta vicino all’ammalato rischia di incanalare il proprio dolore, la propria frustrazione e il proprio senso di impotenza in gesti e parole di incitamento che finiscono per colpevolizzare chi soffre perché non ce la mette tutta per guarire.

Un atteggiamento che, anche quando in tutta buona fede vorrebbe stimolare l’ammalato, rischia di mancare di rispetto alle sue scelte o alle sue debolezze, per esempio ignorando la sua necessità di riposo o forzando la sua mancanza di appetito, quando non addirittura assumere un tono giudicante, paternalista e irritato davanti a un paziente che non risponde con sufficiente energia alle sollecitazioni di chi vorrebbe che si decidesse a reagire.

Ha detto bene Di Battista da Floris: «Io che devo fare? Devo fare le cure, condurre una vita il più sana possibile, devo avere un atteggiamento positivo, ma questo fa parte del mio carattere da sempre, però quelli che non devono mollare sono i dottori, più che il sottoscritto».

I dottori non mollano, Di Battista, ne siamo certi, così come non mollano i ricercatori: per loro sì che quella contro il cancro è una guerra da vincere, battaglia dopo battaglia. E non hanno nessuna intenzione di arrendersi.

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