La rincorsa al proibizionismo si alimenta di eccezionali casi di cronaca, di paura e di preoccupazione verso un mondo digitale visto e descritto nei suoi aspetti più deleteri e preoccupanti. Non sono provvedimenti efficaci per due motivi: sono fortemente populisti perché intimamente punitivi e consolatori e sono – soprattutto – a costo zero
Il governo prima di Pasqua ha annunciato un disegno di legge per vietare l’uso dei social network ai minori di 15 anni. Alla Camera Noi Moderati ha presentato un testo, così come il Partito democratico al Senato. In parlamento da più di un anno è depositato un testo bipartisan per limitare i social ai giovanissimi. Per dire del fermento su questo tema, anche il presidente della regione Veneto lavora a una proposta di legge che impedisca l’accesso ai minori di 14 anni. Più in generale, dall’Australia in poi, diversi Stati stanno discutendo di limiti anagrafici per l’accesso ai social.
Già ora, in Italia, a scuola i cellulari sono banditi: il ministro Valditara ha emesso l’anno scorso una circolare che impedisce l'uso degli smartphone a scuola, vietandone l’uso per finalità didattiche anche per i ragazzi e le ragazze della secondaria di secondo grado, quindi oltre i 18 anni di età. La rincorsa al proibizionismo si alimenta di eccezionali casi di cronaca, di paura e di preoccupazione verso un mondo digitale visto e descritto nei suoi aspetti più deleteri e preoccupanti.
Evidentemente c'è un problema, ma non sono certo queste risposte siano le più lungimiranti, anzi, decisioni restrittive nell’uso dei cellulari per i ragazzi, specie per le scuole secondarie e soprattutto quelle di secondo grado, possono essere per diversi motivi fuori fuoco.
Una premessa maggiore: i cellulari sono elementi distrattivi, possono creare dipendenza e che – al di sotto di un certo livello di maturità – vanno supervisionati da persone consapevoli con attenzione.
il mondo reale e virtuale
Non è immediato essere nel mondo reale e nel mondo virtuale nello stesso tempo, ci vuole esperienza per capire come la forma interpretativa di quello che siamo nel virtuale siamo comunque noi, anzi, una parte della nostra esistenza che spesso non ha modo di rivelarsi nel mondo reale.
Il mondo reale, in ultima sostanza, non è più reale di quello virtuale, ma è un ambiente in cui alcune nostre caratteristiche umane, culturali, sociali, e anche alcune nostre competenze, hanno modo di esprimersi ed essere messe in gioco e altre no. Nel mondo virtuale accade la stessa cosa. ln ultima analisi il cosiddetto mondo virtuale ha la stessa consistenza di quello reale. Impatta nella nostra vita con la stessa forza.
E in questo, beninteso, non c'è nessuna novità. Chiunque abbia prodotto immagini della propria persona anche prima del digitale lo sa. Quello che da millenni abbiamo prodotto nella fiction, nell’arte, nella musica: il “virtuale” dell'invenzione e della comunicazione è sempre stato qualcosa altro da noi e nello stesso tempo intimamente nostro. Il digitale banalmente ha permesso l’emersione massiva di questa nostra forma liquida che è parte di noi.
Non è solo anagrafica
Vietare i cellulari basandosi sull’età è una scelta disturbante su diversi livelli. Il primo è che si dà come presupposto che un ragazzo non sappia gestire questo mondo virtuale quanto un adulto. Basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che – no – non è un discorso meramente anagrafico. Per questo parlo di supervisione di una persona matura o consapevole. Molti dei genitori dei ragazzi, molti degli adulti, sono in rete che lanciano shitstorm sui social, che mandano a pezzi i loro rapporti di coppia con Whatsapp, che ingrassano fake news e condividono spazzatura tossica.
Il grosso delle oscenità e degli orrori del virtuale non vengono certo dai ragazzini, anzi, vengono dal mondo adulto. Molti dei miei studenti, nella secondaria superiore di secondo grado, non hanno dipendenza da cellulare, in genere hanno sempre saputo quando usarlo e quando no, hanno saputo sfruttarlo per le attività didattiche che gli ho proposto. La maggior parte. Tutelare la minoranza che invece ha dipendenze da notifiche punendo chi oggi ha trovato un rapporto maturo con questi dispositivi è un’azione grossolana e controproducente.
La rete
Il secondo aspetto di corto respiro è la vigliaccheria di questa azione. C’è un problema della rete, lo dicono tutti. Lo diciamo noi che siamo in rete dai tempi delle BBS e di Fidonet. Questa rete (e questa informatica) è sempre più lontana da quella che immaginavamo negli anni Ottanta. I dispositivi per le masse per accedere alla rete sono sempre più invasivi, volgari, nascono per creare dipendenza, sono progettati per divorare la privacy delle persone.
Informaticamente sono osceni: tolgono il controllo del loro core ai proprietari trasferendolo ai produttori che restano di fatto i reali padroni del ferro. Obsolescenze programmate, hardware e software che impoveriscono l’esperienza informatica di design per aumentare la dipendenza e la perenne clientizzazione dei propri utenti.
Le interfacce di utilizzo di questi dispositivi hanno trasformato l’esperienza creativa dell’informatica in una declinazione digitale dell’uomo solo sul divano alla sera con il telecomando che gira, clicca, scrolla, mentre il tempo gli passa addosso come gli ads e gli abbonamenti online.
E questo meccanismo è qua, su Facebook, su X, su Instagram e a cascata sui social più o meno interessanti, nelle dinamiche tossiche dei giochi online e nella loro competizione gonfiata. Internet ci dà la possibilità di avere conoscenze illimitate ma passiamo il novanta per cento del nostro tempo su due o tre piattaforme, sempre le stesse, a cercare l’appagamento dei like, la consolazione dello streaming, il cibo-scimmia del bioparco delle notifiche.
Vigliaccheria
La vigliaccheria è avere un numero ridotto di multinazionali che stanno monopolizzando la nostra parte virtuale, quella di cui parlavo prima, che è una cosa nobile e naturale, e la stanno abbruttendo in maniera sistematica facendo leva – peraltro – su una serie di cose che sono meravigliose. La tecnologia è meravigliosa.
Il fatto che io sia qua a scrivere su uno schermo a inchiostro elettronico mentre una pompa di calore riscalda l’ambiente e il mio portatile sta backuppando due tera di dati online via ssh, è meraviglioso. Sapere che tra poco copincollerò questa cosa e che verrà letta da un centinaio di persone è meraviglioso. Non pensatemi come a un luddista o – peggio – a un nostalgico degli anni Ottanta. Niente di tutto questo. Ma la tecnologia non deve abbagliarci, non possiamo fare tutto per lei. Specie quando mescola nel suo impasto i veleni di cui parlavo sopra.
La vigliaccheria è quindi sapere che c’è un problema e punire i ragazzi perché la struttura informatica progettata dagli adulti è oscena. La vigliaccheria è sapere che questi social utilizzano meccanismi di dipendenza che fomentano cattive abitudini, ma non fare nulla per cambiarle perché incapaci di organizzare alternative etiche all’interno di un vorticoso sistema tecno-capitalista. Un vorticoso sistema tecno-capitalista che – ripeto – è meraviglioso. E questo è parte del problema.
UN Rifugio pre-tecnologico?
Il terzo aspetto è pensare la soluzione sia un ritorno alla vecchia scuola degli anni pre-digitale, alla scrittura a mano, ai rimedi naturali e a tutte le altre sciocchezze di fuffa pedagogica che vengono di volta in volta tirate fuori dai maestri Instagram a cui sfugge tutto quello che ho scritto prima. Una sorta di rifugio pre-tecnologico.
Ma non c’è niente di naturale nella scrittura a mano. Non c’è niente di naturale nella scrittura, figuriamoci in quella aberrazione che è la scrittura a mano. La scrittura è una tecnologia, quanto quella digitale. I metodi naturali non sono naturali, sono una tecnologia umana applicata al mondo della natura. Non c’è niente di “naturale” nell’aceto, figurati nel corsivo. La natura che ci circonda poi è il risultato di una selezione millenaria dell’uomo, dal neolitico in poi. Abbiamo lavorato sul dna delle cose quando ancora non sapevamo cosa fosse.
Non ho niente contro il corsivo, non lo uso da decenni, ma penso possa essere un bell’esercizio alla primaria. Ho studiato, da adulto, per qualche anno la scrittura con i pennini e i metodi calligrafici. È stato bello. Ma questo non mi ha formato come persona più di quanto abbia fatto programmare in prolog, suonare il basso, fare kung fu tradizionale, stampare in 3D, montare una tenda scout, usare una fresa, imparare il ballo liscio o scrivere poesie in realtà virtuale con un visore.
L’ultima cosa è l’idea – facile – di risolvere un problema che è intimamente educativo, allontanandolo dalla scuola. C’è un problema di uso maturo dei dispositivi digitali e quindi la scuola li ritira all’ingresso. C’è un problema di educazione al digitale e quindi lo Stato vieta a chiunque sia sotto a una certa età l’uso del digitale, a prescindere da ogni altro aspetto sociale e culturale. Sono provvedimenti fallimentari che hanno alle spalle due grossi motivatori: sono fortemente populisti perché intimamente punitivi e consolatori; sono – soprattutto (e come al solito) – a costo zero.
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