Gli attacchi del 7 ottobre 2023 hanno evidenziato una retorica classica per cui ci sarebbe una “sovrabbondanza” di contenuti nelle scuole sull’Olocausto. I dati dimostrano che non è vero e gli eventi recenti rendono ancora più necessaria la storia di quel periodo
Gli attacchi del 7 ottobre 2023 hanno avuto un profondo impatto sull’opinione pubblica mondiale e hanno modificato in modo permanente il modo in cui l’Olocausto viene compreso e insegnato nelle aule scolastiche, agli studenti. Ciò ha portato a una proliferazione di interrogativi sull’argomento stesso, nonché sull’utilità e la necessità di continuare a insegnare il genocidio degli ebrei europei. Pertanto, come possiamo continuare a insegnare l’Olocausto e su quali basi dovrebbe basarsi questo insegnamento per essere pienamente efficace?
La distorsione dell’Olocausto
Il 7 ottobre ha evidenziato una retorica classica nell’educazione all’Olocausto che ne minimizza l’utilità attraverso la lente del vittimismo persistente. L’ebreo – e per estensione, gli israeliani – viene ritratto come vittima perpetua, a scapito di altre popolazioni che sono anch’esse vittime, emarginate e dominate – per estensione, i palestinesi.
Questo discorso di “sovrabbondanza” di contenuti sull’Olocausto non è esclusivo del 7 ottobre, ma gli attacchi lo hanno amplificato. Per citare Matthias Steinle, il grande pubblico, così come la comunità educativa, si trovano ad affrontare il rischio di una«saturazione della percezione». Tuttavia, questa saturazione si basa su un’impressione. È quindi necessario condurre una valutazione iniziale all’interno della professione docente per dissipare, con dati a supporto, questa falsa impressione di programmi scolastici costruiti esclusivamente attorno alla questione del genocidio degli ebrei.
In Europa, l’Olocausto non è un argomento sovrarappresentato nell’istruzione. Esistono strumenti per misurare il livello di conoscenza sull’argomento. In Francia, uno studio condotto congiuntamente dalla Fondazione Jean Jaurès e dall’IFOP nel dicembre 2018, intitolato Europa e genocidi: il caso francese, dimostra una mancanza di comprensione della materia nonostante il suo insegnamento e solleva la questione della trasmissione della conoscenza.
Secondo lo studio, il 10 per cento dei francesi non ha mai sentito parlare dell’Olocausto, una percentuale che sale al 21 per cento tra i 18-35enni. Inoltre, il 21 per cento degli intervistati non sa che l’Olocausto si sia verificato nel contesto della Seconda Guerra Mondiale. In Italia, solo con la riforma Berlinguer del 1996 l’educazione all’Olocausto è stata rafforzata, in particolare attraverso viaggi di studio ad Auschwitz-Birkenau.
A titolo di confronto, bisogna guardare oltre l’Europa per rendersi conto che l’Olocausto svolge un ruolo fondamentale nell’istruzione, come in Sudafrica, dove due ore di 12 ore sono dedicate all’argomento, in un contesto post-apartheid in cui la questione delle politiche repressive è centrale. Pertanto, l’educazione all’Olocausto si basa su debolezze che vengono affrontate solo lentamente e gradualmente. In questo senso, gli attentati del 7 ottobre 2023 hanno scosso una struttura istituzionale già precaria.
La specificità del termine “genocidio”
L’importanza di insegnare l’Olocausto rimane più che mai attuale, sia per dimostrare la natura unica del crimine sia per dimostrare la specificità del termine “genocidio”. Gli attacchi del 7 ottobre hanno riacceso l’uso a volte abusivo del termine “genocidio”. Estrapolato dal contesto, il termine viene utilizzato indiscriminatamente per descrivere sia un crimine di guerra che un crimine contro l’umanità.
Tuttavia, fu proprio per dare un nome al «crimine senza nome» evocato da Winston Churchill nell’estate del 1941 che l’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin coniò il concetto giuridico di genocidio nel 1943, prima di pubblicare il termine in Il dominio dell’Asse nell’Europa occupata l’anno successivo.
La risposta sproporzionata e indiscriminata del governo Netanyahu ha portato alcuni membri della comunità internazionale ad accusare Israele di essere uno stato genocida. Paragonare il genocidio all’Olocausto, o a qualsiasi altro genocidio del XX secolo, come quello armeno perpetrato dai Giovani Turchi del Comitato Unione e Progresso nel 1915 o il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu nella primavera del 1994, aiuta a evidenziare le specificità del termine.
Sebbene non sia sempre pertinente cercare paragoni storici, confrontare il 2023 con il periodo 1941-1945 può aiutare ad affinare le definizioni. Le prime menzioni di un genocidio percepito nelle risposte dell’esercito israeliano si concentravano sulla distruzione mirata di proprietà. Tuttavia, la definizione di genocidio, così come sancita dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948, riguarda l’intento di sterminare in tutto o in parte un gruppo preso di mira, unitamente ai mezzi utilizzati per realizzarlo.
Nel periodo 2024-2025, le morti della popolazione di Gaza costituiscono, sia di fatto che di diritto, un crimine di guerra e, nel caso di attacchi deliberati contro i civili, un crimine contro l’umanità. Il piano di annientare ed eliminare il popolo di Gaza e la sua cultura rappresenta un ulteriore passo che deve essere valutato da giuristi e poi storici.
L’insegnamento dell’Olocausto può, sotto molti aspetti, essere utile in questo caso, studiando l’attuazione di un processo genocida, ovvero le fasi che vanno dalla decisione allo sviluppo di una catena di comando, culminando nell’uccisione. È importante sottolineare che si tratta più di una questione di fasi sovrapposte e sovrapposte che di una sequenza lineare.
Possiamo quindi studiare gli ordini del 101° Battaglione di Polizia (Ordnungspolizei) impartiti dal Comandante Trapp a questi uomini in Polonia per percepire l’uccisione sistematica di uomini, donne e bambini, il tutto sulla base del volontariato dei carnefici (cfr. Christopher Browning, Ordinary Men, 1992) e poi mostrare nello stesso contesto temporale, sociologico e geografico l’incarico del centro di sterminio di Treblinka per comprendere come la Shoah viene pensata in una dimensione globale.
I contributi della microstoria
Infine, è importante considerare anche la vittima dopo aver utilizzato l’esempio del carnefice. Invocare la microstoria può essere pertinente. In effetti, si osserva spesso che le statistiche numeriche non affrontano più o non evocano più la comprensione di cosa sia stato l’Olocausto. I sei milioni di vittime ebree vengono diluiti, confrontati e giustapposti ad altre vittime di genocidio e crimini di ogni genere in una disinvolta competizione di vittimismo.
«Non esiste una scala Richter della sofferenza», come ci ha ricordato lo storico Olivier Petre-Grenouilleau. Concentrarsi sulla ricostruzione del percorso di una vittima dell’Olocausto, dall’arresto alla deportazione e dalla deportazione all’esecuzione, può aiutare a incarnare la sofferenza del genocidio senza ostacolare la riflessione sulle vittime israeliane e di Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
Pensare alla storia dopo l’Olocausto e dopo il 7 ottobre 2023 presenta un rischio importante: quello di offuscare la conoscenza attraverso la lente delle emozioni. L’abbondanza di immagini, una più violenta dell’altra, rischia di creare una saturazione che ci impedisce di confrontarci con la realtà storica. La storia è lì per impedirlo, e il ritorno ai fondamenti metodologici è essenziale.
Utilizzando la microstoria, è possibile dimostrare l’intero processo genocida che porta allo status di vittima: la sperimentazione di metodi di uccisione nell’ambito dell’Aktion T4 e l’uccisione di persone disabili, l’attuazione di censimenti e registri amministrativi mirati alle popolazioni ebraiche, la marchiatura (stella gialla o fascia bianca al braccio a seconda del luogo), i rastrellamenti, la reclusione nei ghetti, la deportazione e l’esecuzione. Le fasi della costruzione genocidaria dell’autore trovano qui la loro simmetria con l’analisi dell’esperienza di una vittima. Applicando questa analisi anche agli attacchi del 7 ottobre 2023, possiamo quindi evidenziare sia le somiglianze che le differenze.
In breve, la storia dell’Olocausto rimane rilevante per il nostro tempo e il nostro contesto geografico, quello europeo. Sebbene gli attacchi del 7 ottobre 2023 abbiano scosso il nostro modo di pensare e il nostro rapporto con la violenza contemporanea, non dovrebbero farci dimenticare che lo studio dell’Olocausto costituisce il primo baluardo contro l’antisemitismo e che la sua relativizzazione, o persino la sua negazione, sono tutti pericoli di fronte all’effetto boomerang della storia.
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