A sei mesi dalle elezioni presidenziali, la Francia è a un bivio: sta vivendo una stagione prerivoluzionaria o, come sostiene lo storico Patrick Bucheron, è in una fase pre-autoritaria? Senza aspettare una vittoria del Rassemblement National, Macron e il suo governo hanno da tempo scelto questa seconda strada
Mentre i negozianti coprono le vetrine con lastre di compensato, i ragazzi e le ragazze davanti ai licei occupati si preparano a raggiungere la grande manifestazione del 5 novembre, nona giornata di mobilitazione nazionale in Francia, primo sciopero intersindacale che coinvolge tutti i settori, pubblici e privati. La spinta gioiosa dei giovani ha contagiato l’intero movimento.
La convergence des luttes, la convergenza delle lotte, è anche una convergenza delle generazioni: studenti e professori, giovani, lavoratori, lavoratrici e pensionati. Così le rivendicazioni partite da una scuola della banlieue parigina si sono allargate a macchia d’olio, coinvolgendo un numero sempre crescente di persone.
C’è una quantità esagerata di forze dell’ordine dappertutto. Mi dico che devono essere esauriti dopo un mese di interventi senza sosta, quasi tutti orientati alla repressione attraverso la violenza. Le facce sono tese, gli sguardi offuscati. Discuto con i miei figli. Per loro, la polizia non merita nessuna pietà.
È vero che sembrano fare di tutto per provocare disordini, mentre la stragrande maggioranza delle manifestazioni avviene in modo pacifico e gioioso. Ed è vero anche che la copertura mediatica delle manifestazioni è faziosa: soltanto una minima parte dell’informazione è dedicata alle rivendicazioni, – potere d’acquisto, tutela dei servizi pubblici, istruzione, pacifismo, crisi climatica – il resto racconta soltanto di scontri, tafferugli, botte, cassonetti in fiamme.
Mi trovo in testa al corteo con delle amiche, ci siamo appena fatte una foto con il sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko, compaiono i primi striscioni, un’orchestra di ragazzi suona l’Internazionale e la marcia imperiale di Star Wars quando sfilano i CRS, i reparti mobili della polizia, bardati come robocop, con le granate bene in vista, i manganelli e i lanciatori di proiettili di difesa.
Il corteo parte, – c’è così tanta gente che alcuni si muoveranno soltanto tre ore dopo, rimanendo fermi al freddo in place de la République. A un certo punto scoppiano delle granate, sparano i gas lacrimogeni, la polizia inizia a caricare, tutti scappano, riusciamo a infilarci in un portone, con noi c’è una ragazza che ha ricevuto una manganellata in testa. Usano questo sistema brutale per interrompere il corteo quando c’è troppo affollamento.
Riprendiamo a marciare, c’è un uomo a terra con una ferita alla testa. Due signore ci distribuiscono gentilmente delle mascherine FFP2 perché si respira male. Vengono dalla banlieue, – siamo abituate a questi metodi –, ci dicono, – vogliono farci paura, ma noi non abbiamo paura! La gioia è la vera rivoluzione. Guardatele tutte queste persone che invadono le strade, che cantano, ballano, sognando la rivoluzione.
In questi tempi tristi e angoscianti, dove la guerra è ovunque, il pianeta è al collasso, la società è fratturata, le ingiustizie sono clamorose, non pensavo di assistere all’erompere di un’energia così positiva, di ascoltare voci che si alzano forti e chiare, di leggere frasi così spiritose e vere.
L’ostinato rifiuto dei governanti, in Francia come in Italia, di interrogarsi sulle cause socio-politiche della rivolta, il disprezzo che manifestano nei confronti dei giovani è il vero scandalo che queste manifestazioni stanno mettendo in luce. Come se il «popolo» di cui tanti si riempiono la bocca, fosse considerato come una massa indistinta, fosse percepito come un pericolo, una minaccia, da una classe politica cieca e razzista.
Credo che non abbiano capito quanta sofferenza c’è dietro questa ribellione della gioventù, quanta disperazione per l’impossibilità di immaginare un futuro che è stato divorato dalle generazioni che li hanno preceduti. Non hanno ideologia e non hanno niente da perdere, perché tutto è già perduto eppure la rivolta contiene in sé una dimensione politica evidente.
Che cosa succederà adesso? Come si esce da questo sistema che ci sta imprigionando e che porta l’umanità al disastro? A sei mesi dalle elezioni presidenziali, la Francia è a un bivio: sta vivendo una stagione prerivoluzionaria o, come sostiene lo storico Patrick Bucheron, è in una fase pre-autoritaria? Senza aspettare una vittoria del Rassemblement National, Macron e il suo governo hanno da tempo scelto questa seconda strada.
La storia non è scritta, e possiamo per il momento rallegrarci di questa giornata di mobilitazione storica, aspettando la prossima.
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