Nello stesso giorno in cui in Alabama, Florida e Indiana venivano eseguite in poche ore tre condanne alla pena capitale, facendo salire il totale dell’anno a 35 con ancora altre previste da qui al 31 dicembre, il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, decideva la più grande commutazione di massa di condanne a morte nella storia moderna degli Usa: 548 prigionieri.

Newsom non ha giudicato le vicende processuali dei singoli condannati. Ha giudicato la pena di morte, definendola «moralmente riprovevole». Ha aggiunto che «l’omicidio di stato è incompatibile coi valori della California, indebolisce le fondamenta del nostro sistema legale e sminuisce ognuno di noi. Non possiamo eseguire condanne a morte in un sistema legale imperfetto come il nostro. Rimaniamo ancorati ai nostri autentici valori, primi tra tutti la giustizia e la decenza umana». La decisione di Newsom comporta automaticamente la commutazione della pena di morte in ergastolo per chi era stato condannato per un solo reato; negli altri casi, dovrà intervenire la ratifica della Corte suprema statale, che non dovrebbe mancare.

Newsom non è stato il primo governatore degli Usa a svuotare i bracci della morte: prima di lui l’aveva fatto, nel 2004, quello dell’Illinois, George Ryan, che aveva commutato 167 sentenze. Lì non c’era stato solo un problema di «riprovazione morale»: era emerso che imputati innocenti erano stati condannati a morte sulla base di prove estorte con la tortura. In questi ultimi anni altri tre governatori hanno preso provvedimenti del genere, sebbene su scala minore: il governatore della Carolina del Nord, Roy Cooper, ha commutato 15 condanne a morte; la governatrice dell’Oregon, Kate Brown, 17; il governatore del Colorado, Jared Polis, tre. Ci si aspetta qualcosa di importante anche dal governatore dell’Ohio, Mike DeWine, un repubblicano, durante il cui doppio mandato non c’è stata neanche un’esecuzione. A livello federale Joe Biden, alla fine del suo mandato presidenziale, aveva commutato quasi tutte le condanne a morte, 37 su 40, escludendo solo quelle per terrorismo od omicidi di massa motivati da odio. Ora, a livello nazionale, la popolazione dei bracci della morte, che all’inizio del 2026 era scesa per la prima volta sotto le 2000 unità, si è ridotta ulteriormente: in attesa dell’esecuzione restano meno di 1500 prigionieri.

Ci sono un paio di dati politici da evidenziare. Il primo è che una così palese contrarietà alla pena di morte sia stata espressa da un governatore pronto a candidarsi alla presidenza degli Usa nel 2028: storicamente la pena di morte non è mai stata un tema elettorale e, quando i candidati ne hanno parlato, lo hanno fatto per dichiararsi a favore o per promettere una maggiore applicazione, come nel caso di Trump. L’unica eccezione era stata quella di Mario Cuomo, nel 1992, che però ritirò la candidatura all’inizio delle primarie democratiche.

Il secondo è che, nonostante l’aumento delle esecuzioni (peraltro, concentrato quasi esclusivamente in Florida), due fatti recenti hanno provocato nell’opinione pubblica e nella politica statunitense una reazione da “quanto è troppo, è troppo”: la “resurrezione” di Christa Pike dopo due tentativi consecutivi di metterla a morte in Tennessee ha riportato alla luce la crudeltà della pena di morte e la fallacia delle procedure; l’annuncio del ministro della Difesa Pete Hegseth di una fucilazione in diretta streaming è stato l’inizio del suo declino politico.

Come ha commentato Dan Newman, uno dei responsabili della comunicazione di Newson, «siamo entrati in un mondo post-Trump». Se è così, i benefici non riguarderanno solo la pena di morte e non soltanto i cittadini statunitensi. Ma, almeno per la pena capitale, il primo banco di prova di un “nuovo corso” sarà il comportamento dei nuovi governatori democratici della Georgia e soprattutto del Texas, dove hanno avuto luogo 603 delle 1689 esecuzioni dell’ultimo mezzo secolo.

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