Nel 1982 gli stati degli Usa iniziarono a eseguire condanne a morte mediante iniezione letale: un cocktail tra un anestetico e due farmaci che bloccano la respirazione e la circolazione cardiaca. Un metodo “pulito”, rispetto alla puzza di carne umana bruciata proveniente dalla sedia elettrica, all’inquinamento causato dalla camera a gas o agli schizzi di sangue del plotone di esecuzione. E, dicevano, un metodo “indolore”.

Dagli anni Dieci, quando le aziende farmaceutiche hanno deciso di non spedire più i loro prodotti per le esecuzioni, gli stati degli Usa che ricorrono alla pena di morte hanno dato vita a veri e propri esperimenti su esseri umani: dopo aver esaurito le scorte, hanno usato nuovi farmaci mai sperimentati, si sono rivolti a produttori rimasti sconosciuti o si sono fatti prescrivere la ricetta dal farmacista sotto casa. Letteralmente.

Hanno anche ripristinato i metodi “brutti” o ne hanno ideati di nuovi: ad esempio, l’ipossia da azoto, ossia la morte da lento soffocamento per mancanza di ossigeno. Come durante il Covid.

Ma torniamo all’iniezione letale. La storia della pena di morte negli Usa è piena di quelle che vengono chiamate “botched executions”: medici incompetenti, farmaci scaduti, vene impraticabili. Quella di Christa Pike è stata solo l’ultima di queste storie, terrificante.

Per 40 minuti, due volte, gli addetti all'esecuzione dello stato del Tennessee hanno provato a iniettarle i farmaci dell'iniezione letale, senza successo: chi ha assistito ha parlato di scene devastanti. Quei 40 minuti sono sembrati simili a lunghi momenti dell’infanzia e dell’adolescenza di Christa Pike, segnate da un infernale crescendo di violenza fisica e sessuale, di povertà, ignoranza e abbandono.

Il padre la picchiava con una cintura; la madre chiamava i propri amici a farle violenza sessuale; la sorella maggiore la bruciacchiava e una volta le schiacciò volontariamente un dito in una porta; la zia la sottoponeva a crudeltà sadiche e umiliazioni. Il compagno della nonna materna la molestò quando non aveva neanche l’età per andare a scuola, un vicino di casa la stuprò a 11 anni, uno sconosciuto a 17.

Appena diciottenne, nel 1995 Christa Pike venne arrestata per l’omicidio di una studente di 19 anni. Un anno dopo, dei due coimputati, uno fu condannato all’ergastolo perché minorenne e l’altra a sei anni con la messa in prova. Lei, difesa da un avvocato senza la minima esperienza in processi capitali, ricevette la condanna a morte.

Lo stato sapeva di quelle violenze. Lo sapeva anche l’avvocato ma lasciò perdere, decidendo all’ultimo di non chiamare a testimoniare uno psicologo che su Christa Pike aveva scritto ben tre volumi e convocando al suo posto i genitori e una zia dell’imputata, che ovviamente non fecero alcun cenno ad anni di violenze di cui erano stati responsabili.

Nel 2001 un avvocato, questa volta all’altezza, chiamato a rappresentare Christa Pike in un appello, le diagnosticò un disordine bipolare e un disturbo da stress post-traumatico. Emerse un danno al lobo frontale del cervello sin dalla nascita.

Un’altra valutazione, svolta nel 2023, definì “veramente estreme” le violenze subite, “qualcosa da cui è quasi impossibile recuperare”. Nella storia di Christa Pike c’erano nove delle dieci Esperienze avverse dell’infanzia: “un numero insolitamente alto”, era scritto nella valutazione.

Ma tutto questo non è mai stato preso in considerazione affinché il governatore del Tennessee si convincesse a emettere un provvedimento di clemenza. Dopo l’orrore della notte scorsa, ha ordinato la sospensione di tutte le esecuzioni previste nel 2026 (oltre a quella di Christa Pike, ne era prevista un'altra, il 3 dicembre) e disposto una revisione indipendente di quanto accaduto.

Ma non è sufficiente. Una sola cosa si dovrebbe fare, dopo quest'ennesima esibizione di crudeltà: la macchina della morte dovrebbe essere fermata. Una volta per tutte.

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