Nella politica dei populisti sembra esserci sempre bisogno di un nemico. Tra i bersagli della destra al governo in Italia ce n’è uno che ciclicamente torna alla ribalta: l’Unione europea.

Da quando è a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha però mantenuto con Bruxelles rapporti assai meno conflittuali di quanto lasciasse immaginare quando, durante la campagna elettorale del 2022, annunciava che per l’Europa era «finita la pacchia». Ma la presidente del Consiglio è sempre pronta a riaccendere il contrasto con l’Unione.

I fondi

Nei quattro anni del governo Meloni, l’Italia ha beneficiato di importanti risorse e margini di manovra europei. Innanzitutto, il più grande piano di finanziamento europeo assegnato a uno Stato membro: un PNRR da 194,4 miliardi di euro, tra sovvenzioni e prestiti. Un piano negoziato prima dell’insediamento dell’attuale esecutivo, ma che Bruxelles ha continuato a sostenere. Senza questi fondi, la già debole crescita italiana sarebbe stata ancora più modesta.

Nel 2025, l’Italia ha inoltre ottenuto sette anni anziché quattro per l’aggiustamento dei conti pubblici, impegnandosi a realizzare riforme e investimenti.

Nel giugno scorso, la Commissione ha autorizzato 23 miliardi di euro di aiuti pubblici italiani per sostenere la produzione di energia rinnovabile. L’8 ottobre ha poi valutato favorevolmente la richiesta italiana di maggiore flessibilità per le spese di difesa e gli investimenti energetici, in attesa della decisione definitiva del Consiglio dell’Ue.

Dunque, rappresentare l’Unione come un ostacolo permanente all’azione del governo, cioè come un’Europa matrigna, è davvero fuorviante.

Il Consiglio europeo

Ma la contrapposizione con l’Unione europea è politicamente utile a Meloni, che la riacuisce alla bisogna. Quando Bruxelles non accoglie le richieste italiane, la presidente del Consiglio può attribuirle la responsabilità delle difficoltà del Paese. Quando invece ottiene un’apertura, anche parziale, può presentarla come una vittoria della propria capacità negoziale. L’Europa è così alternativamente matrigna e cedevole alle sue istanze, secondo la convenienza del momento.

Il vertice del 15 e 16 ottobre ne offre un esempio. A margine del Consiglio europeo, governo italiano e Commissione hanno raggiunto un accordo politico preliminare per attenuare l’effetto dei rincari del gas sul prezzo dell’elettricità. L’intesa dovrà ancora essere autorizzata dalla Commissione, previa verifica della conformità alle regole europee sugli aiuti di Stato. Meloni si è detta soddisfatta, ma Bruxelles ha precisato che gli aiuti potranno compensare soltanto l’aumento del costo del gas, non anche quello dei permessi per emettere CO₂, come chiedeva l’Italia.

Le richieste italiane di intervenire sul sistema ETS e di rinviare ulteriormente l’ETS2 hanno trovato solo parziale accoglimento. Il Consiglio europeo ha infatti sollecitato correttivi per ridurre la volatilità del prezzo delle emissioni di CO₂ e una nuova valutazione degli effetti dell’ETS2, senza però approvare modifiche all’ETS né rinvii dell’ETS2. Meloni ha rivendicato questo esito come un riconoscimento delle priorità italiane. Si tratta, tuttavia, di un risultato politico, non di ciò che auspicava di ottenere. Quanto all’ulteriore flessibilità di bilancio richiesta dalla presidente del Consiglio, nessuna nuova deroga è stata concessa. Ursula von der Leyen ha anzi richiamato alla prudenza sui conti pubblici, ma Meloni si è dichiarata ottimista sull’esito del confronto con Bruxelles.

Su più punti, dunque, tra ciò che Meloni chiedeva e ciò che ha ottenuto c’è una distanza che la sua narrazione tende a non far emergere. Ciò che oggi lei presenta come un successo rischia di trasformarsi in un’accusa contro l’Unione matrigna qualora le sue aspettative fossero deluse.

Il bisogno di un nemico

Il problema non è soltanto il modo in cui Meloni presenta gli esiti dei negoziati. È anche la concezione dell’Europa che emerge dal sovranismo di cui è esponente.

E proprio il rafforzamento in Europa dei governi sovranisti, ciascuno dei quali rivendica i propri interessi nazionali come prevalenti rispetto a quelli dell’Unione, rischia di accentuare i contrasti tra gli Stati e di ostacolare il raggiungimento di compromessi in vista di obiettivi comuni. Ciò può rendere più difficile ottenere dall’Unione stessa risposte rapide ed efficaci.

Allora, anziché parlare di Europa matrigna, non sarebbe meglio riconoscere che i sovranisti rischiano di trasformarla in una mera sommatoria di egoismi nazionali?

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