Non so niente. Ma c’ero. Ai convegni internazionali mi siedo sempre un po’ defilato. Le slide scorrono in un inglese impeccabile: cognitive frames, welfare recalibration, policy design. I relatori citano Foucault, Bourdieu, l’ultimo paper pubblicato su una rivista indicizzata. Le frasi sono precise, levigate, sicure. Ogni concetto è collocato dentro una genealogia. Annuisco. Prendo appunti. E dentro di me riaffiora lo stesso pensiero: non so niente.

Mi sento come Ram Mohammad Thomas, il protagonista del romanzo di Vikas Swarup da cui è stato tratto Slumdog Millionaire. Tutti credono che stia barando: come può uno come lui sapere tutte le risposte? In realtà non le ha studiate. Le ha vissute. Ogni risposta coincide con una ferita. Quando nei convegni si parla di marginalità, nella mia testa non compaiono categorie.

Disconnessione 

Compaiono persone. Un relatore mostra un grafico: «Il reddito di cittadinanza produce effetti ambivalenti sull’offerta di lavoro». La curva sale, poi scende. L’analisi è rigorosa. Mentre parla penso a Salvatore, 52 anni, ex magazziniere. «Quando ti scartano cinquanta volte, smetti di bussare», mi ha detto. Tiene la carta del sussidio nascosta in un vocabolario, per non farsi vedere dai figli. Non vuole essere l’uomo che vive di assistenza. Nel grafico si parla di incentivi. In quella cucina si parla di vergogna.

In un altro panel si discute di Neet, di disconnessione strutturale dai circuiti produttivi. Vedo Luca, serrande abbassate a mezzogiorno, il telefono spento sul comodino. «Non è che non voglio lavorare. È la vigliaccheria che mi assale quando evito i posti dove so di incontrare gente che conosco, perché non mi va di spiegare cosa faccio, perché non me ne vado, perché sono ancora qui».

La disconnessione non è solo una percentuale. È un futuro che non si apre. Poi si parla di emergenza abitativa. Entro in un caseggiato alla periferia: portone rotto, citofoni scritti a penna, odore acre nei corridoi. Maria dorme da ore dopo aver mescolato vino e psicofarmaci. L’abitare non è solo un numero di alloggi. È la possibilità di restare vivi dentro le proprie stanze.

Le categorie sono necessarie. Senza concetti non si fanno politiche pubbliche, non si distribuiscono risorse, non si misurano risultati. Il problema non è la teoria. È quando il linguaggio tecnico diventa l’unico linguaggio legittimo. Nel passaggio dalle vite ai grafici qualcosa si perde. Si perde la voce, la postura, la vergogna che non si dichiara. Si perde ciò che non è facilmente misurabile. La marginalità diventa “target”, la povertà diventa “variabile”, la solitudine diventa “indicatore”. Il linguaggio tecnico è potente perché rende il reale governabile.

Un linguaggio impermeabile all’esperienza 

Ma governabile non significa necessariamente compreso. Ogni modello semplifica. Ogni indicatore seleziona. Ogni categoria esclude. E qui si apre un nodo politico. Il linguaggio contribuisce a definire il perimetro del possibile. Le parole con cui descriviamo un problema orientano le soluzioni che consideriamo legittime.

Se la povertà è definita soltanto come mancanza di reddito, la risposta sarà principalmente economica. Se la disoccupazione è ridotta a difetto di competenze, la soluzione sarà formativa. Se l’abitare è avere un tetto, la risposta sono quattro mura. Ma se in gioco c’è anche la vergogna, la sfiducia, l’erosione dei legami, allora il problema è più ampio.

Se il linguaggio degli esperti diventa impermeabile all’esperienza, cresce la distanza tra chi formula le politiche e chi ne vive gli effetti. La distanza non è solo una questione comunicativa. Può diventare una delle condizioni che alimentano la sfiducia verso le istituzioni.

Molti cittadini non rifiutano le politiche perché rifiutano i dati. Le rifiutano perché non si riconoscono nella narrazione che li riguarda. La vergogna di Salvatore non compare nei modelli sull’offerta di lavoro. Il tempo sospeso di Luca non entra nella definizione di occupabilità. L’odore acre del corridoio di Maria non compare nei report sull’housing. Eppure, è lì che si misura la tenuta delle politiche.

Non si tratta di opporre esperienza e teoria. Senza teoria resterebbero solo storie isolate. Ma senza l’attrito dell’esperienza la teoria rischia di diventare tecnicamente corretta e umanamente cieca.

La marginalità, prima di essere un indicatore, ha un nome. Ricordarlo non è un gesto emotivo: è una forma di responsabilità pubblica.

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