Volevo la luna è il titolo dell’autobiografia di Pietro Ingrao pubblicata da Einaudi vent’anni fa, nel 2006. Nel libro, il politico, giornalista e partigiano racconta che da bambino l’aveva chiesta al padre, e che pur non essendo riuscito a ottenerla, quella tensione verso l’impossibile gli aveva insegnato a non rassegnarsi. Una splendida metafora che ne ha accompagnato le lotte, almeno nei termini ideali di una missione teleologica di partito, contro le diseguaglianze e contro, soprattutto, il comando di pochi. Che cosa unisce allora Elon Musk, Jeff Bezos e il rappresentante dell’ala sinistra del Pci? Niente, eccetto forse un desiderio.

Campo di battaglia

Per passare a Bezos e Musk tocca uscire bruscamente dalla figura retorica e schiantarsi sul terreno della realtà. Anche i due tecno-miliardari e space-cowboys, infatti, vogliono la luna, ma non come luogo astratto a cui ambire per migliorare il pianeta su cui vivono: la vogliono per colonizzarla. Il capo di Tesla, dopo anni a ronzare attorno a Marte, ha annunciato che non gli interessa più, mentre il fondatore di Amazon, mosso da evidente sentimento leopardiano, ha cominciato a concentrare le energie della sua Blue Origin sul satellite dal volto «nebuloso e tremulo».

Che il corpo celeste sia campo di battaglia ce l’ha insegnato la storia del secondo Novecento, e la corsa ad accaparrarsi un cratere, tra teorie del complotto con la regia di Kubrick e mari della Tranquillità dentro cui naufragare, non è di per sé una cosa negativa, se guardata dallo spicchio giusto, cioè quello delle conquiste scientifiche come bene comune. Che questo enorme progresso sia nelle mani di due mega (e Maga) imprenditori non propriamente noti per il senso della collettività, oltre che della democrazia, invece fa un po’ preoccupare. Non resta che aggrapparsi alla speranza ingraiana; magari volessero tutti la sua, di luna.

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