L’articolo di Fulvio Esposito pubblicato su Domani sul programma europeo “Choose Europe” ha riportato al centro una questione che attraversa da anni il sistema della ricerca europea: la crescente difficoltà, per una nuova generazione di studiosi, di costruire percorsi scientifici stabili, autonomi e realmente competitivi all’interno dell’ecosistema europeo.

Condividiamo pienamente lo spirito della discussione aperta da Esposito e l’idea che l’Europa debba tornare a investire nella ricerca non soltanto come settore strategico, ma come infrastruttura fondamentale della propria competitività futura.

Tuttavia, riteniamo importante integrare questo dibattito con alcune riflessioni che emergono direttamente dal confronto quotidiano con molti giovani ricercatori europei.

Attraverso l’esperienza dell’European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit che connette giovani ricercatori e promuove collaborazioni interdisciplinari orientate alla pubblicazione scientifica, abbiamo avuto modo di confrontarci con decine di studiosi provenienti da contesti differenti. Nonostante discipline e percorsi diversi, le problematiche che emergono sono spesso sorprendentemente simili: precarietà prolungata, frammentazione contrattuale, difficoltà di accesso alle reti accademiche e scarsa autonomia nello sviluppo delle proprie linee di ricerca.

Senza indipendenza

La fuga dei cervelli viene spesso interpretata soprattutto come un problema economico. Tuttavia, il nodo riguarda anche il modello stesso della ricerca europea e il modo in cui il sistema scientifico viene oggi organizzato e finanziato. Negli ultimi anni l’Europa ha aumentato gli investimenti in ricerca e innovazione attraverso programmi altamente competitivi, spesso molto importanti anche dal punto di vista economico.

Questo rappresenta senza dubbio un elemento positivo. Tuttavia, una parte rilevante di queste risorse continua a essere strutturata attraverso bandi temporanei e progetti a termine. Il risultato è che una parte crescente del sistema universitario finisce per dipendere da fondi provvisori o legati a obiettivi progettuali molto specifici.

A nostro avviso, il rischio è che la logica del bando sostituisca progressivamente la libertà della ricerca. Molti studiosi si trovano infatti a scegliere non necessariamente ciò che ritengono più innovativo o scientificamente promettente, ma ciò che ha maggiori probabilità di ottenere un finanziamento. Questo porta inevitabilmente i ricercatori ad adattare metodologie, priorità e interessi verso obiettivi progettuali definiti dall’esterno. La ricerca veramente innovativa richiede invece tempo lungo, autonomia intellettuale e possibilità di sviluppare percorsi indipendenti anche al di fuori dei trend del momento.

Verticismo

A questo si aggiunge un altro elemento spesso poco discusso: la struttura fortemente verticale di molti percorsi accademici. In numerosi casi i giovani ricercatori entrano all’interno di team coordinati da professori senior e la loro continuità professionale dipende direttamente dal responsabile del progetto che gestisce fondi e rinnovi contrattuali.

Il problema non riguarda naturalmente le singole persone, ma la struttura del sistema. Quando il rapporto contrattuale è troppo legato al singolo supervisore e non direttamente all’università, il margine di autonomia tende inevitabilmente a ridursi. In queste condizioni il giovane ricercatore difficilmente riesce a costruire una posizione realmente indipendente all’interno dell’ecosistema accademico. Riteniamo che un rapporto più diretto tra ricercatore e istituzione universitaria potrebbe favorire maggiore indipendenza scientifica, relazioni accademiche più aperte e percorsi più meritocratici, mantenendo al tempo stesso la centralità della supervisione scientifica e del lavoro di gruppo.

Il caso italiano

Nel dibattito italiano emerge inoltre la recente “cassetta degli attrezzi” introdotta nella riforma universitaria. L’obiettivo dichiarato è aumentare la flessibilità organizzativa del sistema. Tuttavia, la moltiplicazione delle figure contrattuali rischia di trasformare il percorso accademico in un sistema sempre più frammentato e difficile da leggere per i giovani ricercatori.

Dal punto di vista di chi coordina progetti, questa flessibilità può certamente rappresentare un vantaggio organizzativo. Dal lato dei giovani studiosi, però, il rischio è quello di trovarsi all’interno di un vero e proprio labirinto di formule contrattuali differenti, spesso temporanee e con scarsa continuità.

A nostro avviso, il problema non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche il modo in cui vengono distribuite. Oggi il sistema è caratterizzato da una lunga sequenza di incarichi brevi, spesso della durata di uno o due anni. Anche a parità di risorse complessive, creare meno contratti ma più lunghi potrebbe favorire percorsi di ricerca più stabili, produttivi e sostenibili.

Serie A e serie B

Esiste poi una forte disparità economica tra ricercatori inseriti in programmi europei competitivi e studiosi finanziati attraverso strumenti nazionali o locali. I fondi europei hanno avuto un ruolo fondamentale nel sostenere la ricerca e nel compensare alcune debolezze strutturali dei sistemi nazionali.

Tuttavia, all’interno dello stesso ecosistema accademico iniziano a convivere condizioni economiche molto differenti tra ricercatori che spesso svolgono attività scientifiche comparabili. Il rischio è quello di creare, anche involontariamente, una distinzione sempre più forte tra ricercatori di “serie A” e ricercatori di “serie B”.

Per questo motivo, riteniamo che il rafforzamento dei programmi competitivi europei debba essere accompagnato anche da uno sforzo strutturale nazionale, capace di ridurre la frammentazione contrattuale e garantire maggiore continuità.

La ricerca non può essere considerata soltanto una voce di bilancio. È un’infrastruttura strategica. Se l’Europa vuole competere davvero nella produzione di innovazione, deve creare condizioni che favoriscano autonomia, stabilità e libertà scientifica.


Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di economia internazionale presso Università Ca’ Foscari Venezia. È fondatore e presidente di European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale.

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