Ci sono soltanto due uomini al mondo (e sfido chiunque a indicarmene un terzo) che hanno attribuito la paternità dell'omicidio di Piersanti Mattarella alle Brigate rosse. Uno era originario di Corleone, l’altro è milanese, il primo è quello cha ha fatto brutta Palermo, il secondo è stato senatore per anni, uno era un famigerato assessore all’Urbanistica, l’altro è diventato ministro dell'Istruzione e del merito. Uno si chiamava Vito Ciancimino e l’altro Giuseppe Valditara.

Tutti e due, e a modo tutto loro, ci hanno detto che il presidente della Regione siciliana, fratello di Sergio, il capo dello Stato, è stato assassinato per mano dei terroristi provenienti dalle file più estreme del comunismo italiano. Don Vito si è esibito nel suo show qualche giorno dopo l'omicidio – avvenuto il giorno dell’Epifania del 1980 – un po’ per depistare e un po’ per non attirare troppe attenzioni investigative su sé stesso.

Il ministro Valditara invece ha scelto – giovedì – il palcoscenico di un teatro di Avellino dopo l’inaugurazione di una scuola intitolata proprio a Piersanti Mattarella e tenuta a battesimo proprio da lui. Il massimo, direi.

Confondere la realtà

Nessun depistaggio e sicuramente nessun malanimo, solo tanta trascuratezza, tanta inadeguatezza, indolenza e un riflesso pavloviano che ha sospinto naturalmente il ministro a esporsi a un errore grossolano che non è soltanto uno strafalcione ma qualcosa di più grave e inquietante perché termometro di un clima che si respira in questi mesi fra i palazzi del potere.

Le tensioni che attraversano la maggioranza meloniana sui grandi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche Mattarella, stragi dove affiorano responsabilità dei neofascisti in combutta con apparati dello Stato ma ignorate con protervia da chi oggi comanda e orienta in ben altre direzioni.

Commissioni parlamentari e anche qualcos’altro. Più che una svista clamorosa quella del ministro leghista dell’Istruzione (sì, dell’Istruzione, la realtà supera sempre la fantasia ed è caina) è il segno di una tendenza a confondere la realtà storica e pure quella giudiziaria, è la voglia incontrollata di riscrivere la storia nera del nostro Paese.

La gaffe di Giuseppe Valditara nasconde pure questo e anche se il ministro prendesse ripetizioni non credo che migliorerebbe la sua preparazione su Piersanti Mattarella, sulla mafia, sulla spaventosa vicenda palermitana di quasi mezzo secolo fa. Quello è e per quello che è si è presentato agli studenti campani.

L’unico colpevole è lui

Il ministro poi ha reagito male, accusando di sciacallaggio tutti coloro i quali hanno evidenziato il suo passo falso. Avrebbe dovuto solo prendersela con sé stesso e con la memoria che non ha. E dovrebbe anche chiedersi: quanti italiani nati nel 1961, come lui, oggi avrebbero accollato alle Brigate rosse l’omicidio del presidente Piersanti Mattarella? Quanti italiani avrebbero fatto l’associazione assassinio presidente Regione siciliana-terrorismo di sinistra?

Il resto è miseria dei nostri tempi. Miseria insopportabile retorica. Le parole testuali di Valditara nel teatro di Avellino: «Qui voglio spendere due parole… All’epoca avevo quasi 19 anni, ricordo quella foto drammatica del presidente Sergio, che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate rosse e lo tirava fuori dalla macchina».

E meno male che Giuseppe Valditara è ministro dell’Istruzione e del merito? Chissà che cosa gli sarebbe uscito dalla bocca se gli fosse toccata la Giustizia o la Difesa?

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