Entro un anno la Polonia andrà al voto. Anche se lo scontro sul Trybunał Konstytucyjny – il Tribunale che vaglia la costituzionalità delle leggi – si origina dal cambio di potere del 2023, le precedenti elezioni, è a quelle future che dobbiamo guardare per capire come mai lo scontro si infiammi ora. Le ragioni sono due – destabilizzazione e polarizzazione – ed entrambe hanno a che fare coi riassetti di potere in corso sia in Europa che su scala internazionale. Per questioni di sensibilità della propria opinione pubblica (la polarizzazione appunto), Donald Tusk nomina soprattutto Mosca, ma pure Washington va inserita nell’analisi per comprendere il clima destabilizzante che Varsavia affronta, non solo sul versante politico-giudiziario.

Le ultime turbolenze

Nell’èra del governo ultraconservatore Pis, l’invadenza del potere esecutivo su quello giudiziario era stata la principale fonte di attriti con Bruxelles. Negli scorsi mesi, il presidente della Repubblica di area Pis, Karol Nawrocki, aveva rifiutato di celebrare il giuramento di quattro dei sei nuovi giudici scelti dal Parlamento per il Tribunale costituzionale. Si è così prodotto uno stallo che quei giudici stessi hanno forzato, prima autocelebrando il proprio giuramento e poi, pochi giorni fa, proclamando a presidente una di essi (per anzianità Anna Korwin-Piotrowska), suscitando così le furie sia dei giudici legati all’èra Pis che di Nawrocki stesso, precipitatosi sul posto (una plastica irruzione). E poi, le furie simpatetiche dei suoi alleati: non solo Marine Le Pen, ma in primis Giorgia Meloni tramite i suoi luogotenenti in Ue (Procaccini è co-capogruppo di Ecr con Jaki del Pis) riecheggiava la versione dei suoi alleati; che cioè fosse Tusk ad attaccare l’ordine costituzionale (la Commissione Ue non la pensa così).

Tusk insiste: Nawrocki dovrebbe riconoscere i nuovi giudici. Il presidente – conscio che ciò implicherebbe un cambio di equilibri – non lo fa, ed è scontro; il clima pre-elettorale fa da combustibile. Le tensioni affioreranno di nuovo questo martedì, quando il governo si confronterà con Nawrocki.

Elezioni 2023 e 2027

Prima la Polonia, a ottobre del 2023, e poi l’Ungheria dopo aprile, hanno dovuto confrontarsi con un interrogativo: come si ripristina lo stato di diritto in un Paese le cui istituzioni erano state piegate a uso e misura di un potere illiberale? Nel caso di Péter Magyar, che ha battuto Viktor Orbán, proprio grazie all’assetto precedente il 53 per cento di voti del partito vincitore Tisza ha potuto tradursi in una super maggioranza che consente ora al premier di fare quel che vuole, cambio di Costituzione inclusa. Non significa che sia tutto politicamente ed eticamente lecito, ma vuol dire che lo è in termini legali e procedurali: è così che Magyar ha potuto, per esempio, sostituire il presidente della Repubblica con un emendamento alla Costituzione.

Nel caso polacco Tusk ha una maggioranza ben più risicata, potenzialmente a rischio, e deve confrontarsi con un presidente della Repubblica che è il riflesso del potere precedente (cioè del PiS ultraconservatore, alleato in Ue di Meloni). A Varsavia quindi la questione va letta alla rovescia: il premier fa valere il criterio per cui non tutto ciò che in termini legali e procedurali è eterodosso, è anche politicamente ed eticamente sbagliato; anzi. Con questo argomento, già subito dopo l’investitura, il governo Tusk sfruttò un codice relativo alle società commerciali per scavalcare il Consiglio nazionale dei media (creato dal Pis) e rimpiazzare i vertici dei media statali (Tvp, Polskie Radio e Pap), con tanto di blackout temporaneo e Jarosław Kaczyński – vecchia colonna del Pis – che urlava: «Wolne media!», “media liberi” (peccato che col Pis non lo fossero).

Se il tema era lì già nel 2023, quando presidente era Andrzej Duda, si pone on steroids da giugno 2025, quando in quel ruolo è arrivato l’ex campione di pugilato Nawrocki, subissato di scandali prima ancora di essere eletto (tuttora fa discutere il caso del reclutamento di prostitute nell’hotel per cui lavorava). E soprattutto: ostentatamente trumpiano, appeso dall’inizio all’endorsement del presidente Usa. Polarizzatore lui, Nawrocki, e polarizzata sempre più la destra polacca: a furia di aprire la porta ai neofascisti di Konfederacja e persino all’antisemita Grzegorz Braun (coi quali Nawrocki ha conferito pure sulla faccenda dei giudici), il Pis ha finito per lasciar vuoto uno spazietto per i moderati, tanto che l’ex premier Pis Mateusz Morawiecki ha visto l’occasione e si è inventato un suo partito, Rozwój Plus.

Il ventaglio di formazioni di destra preme su Tusk, con il voto in vista. E questo non è l’unico fattore di destabilizzazione, in un Paese che negli ultimi mesi ha dovuto affrontare svariati shock collettivi, compresi gli attacchi al coltello nelle scuole. Un mese fa ci sono state rivelazioni su fatti di marzo, quando un junior partner della coalizione Tusk, il leader del Psl e ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz, riuscì a incontrare – su intercessione di Nawrocki – il presidente Usa; e questo è certo. Il rumor è che Trump fosse interessato a un cambio di premier in Polonia. Per dirla con Tusk: «Mi vedo costretto a mantenere la confidenzialità ma la conversazione tra i due riguardava – per dirla delicatamente – la situazione interna polacca».

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