Nel carcere veneto Consuelo, una detenuta di 32 anni, si è tolta la vita. La lettera della presidente di Closer, associazione culturale che promuove attività all'interno della casa di reclusione femminile di Venezia
Domenica mattina, dopo aver saputo che Consuelo si era tolta la vita, ho sentito che dovevo entrare e raggiungervi per dirvi che non siete sole, ma mentre attraversavo corridoi e stanze capivo che ciò che portavo era solo una parte di quello che avrei voluto consegnarvi, e questo testo nasce proprio da quella eccedenza, dalle frasi rimaste sospese, dai pensieri che non hanno trovato spazio tra una porta e l’altra e che ora provo a rimettere in circolo, come se potessi ancora parlarvi guardandovi negli occhi, nello stesso luogo in cui vi ho incontrate.
Sono arrivata in portineria e ho detto che ero lì per vicinanza alle donne. Mentre controllavano il documento ho richiamato l’agente, ho chiesto scusa, ho aggiunto che quella vicinanza riguardava anche loro. Mi sembrava necessario sottrarre la morte alla logica delle appartenenze, impedire che il dolore si distribuisse secondo i ruoli, come se la sofferenza potesse essere amministrata per categorie, detenute e detenenti. In quel momento l’unica forma di giustizia possibile è stata riconoscere che la frattura attraversa tutte.
Ho consegnato chiavi, telefono, portafoglio; il blindo si è chiuso alle spalle e sono passata sotto il metal detector. Sono salita in sezione e lì, davanti a un’altra agente, ho ripetuto nome e cognome; l’ora del mio ingresso è stata annotata per la seconda volta su un grande quaderno. Nel frattempo mi è stato chiesto se intendessi incontrarvi tutte, anche le semilibere, anche quelle che stanno in accoglienza, e da quale cella volessi iniziare. La domanda, legittima, introduceva un ordine. Io, invece, avvertivo la sproporzione tra l’ordine a cui dovevo sottostare e il disordine di quello che portavo con me.
La disparità incolmabile
Ho scelto di iniziare dalla stanza in cui sapevo di trovare le donne che partecipano alle attività della nostra associazione, e mi sono così affacciata dalla porta e ho detto: «Sono qui per dirvi che ho saputo quanto è accaduto e che qualcuno da fuori vi pensa. Se avete voglia di un abbraccio, sono qui per questo».
Ho ripetuto quella frase stanza dopo stanza e ogni volta mutava il campo di forze che si creava intorno. Quando varcavo la soglia, la maggior parte era distesa a letto; non credo che tutte dormissero, perché al mio ingresso sollevavano la testa e, dopo le mie parole, qualcuna accennava un sorriso, altre dicevano grazie, altre ancora restavano con gli occhi lucidi o rivolti al soffitto. Alcune mi davano del lei, una mi ha chiamata dottoressa; in quel titolo ho avvertito il rischio di una distanza fondata sul potere di chi può permettersi di avere un titolo, come se la mia presenza trovasse legittimità solo nell’appartenenza a un ruolo. Avrei potuto scioglierla subito, dichiarare che non portavo soluzioni, ma ho preferito restare in quell’ambiguità, perché talvolta il sapere attribuito è una forma di affidamento, e l’affidamento, anche se eccede ciò che si è in grado di offrire, merita rispetto. Scrivo questo pezzo per voi, donne detenute, per dirvi quello che avrei voluto dirvi mentre vi vedevo lì, nello stesso luogo in cui vi ho conosciute.
Mi veniva da piangere per la tensione tra la mia posizione e la vostra. Mi sentivo eccedente e insieme necessaria: eccedente perché il mio corpo, libero di uscire, introduce una disparità che nessuna buona intenzione colma, necessaria perché rappresento un fuori che pensa, che si lascia interpellare, che non considera ciò che accade qui dentro come una nota a margine. Passavo tra letti in ordine, fotografie fissate agli angoli, tavole sistemate; la continuità degli oggetti, la loro ostinata normalità, rendeva ancora più evidente l’irruzione dell’irreparabile. In quella coesistenza tra gesto quotidiano e assenza definitiva si concentrava una delle forme più acute del dolore.
Quando una di voi ha detto che dovevate elaborare un trauma e ha aggiunto che era accaduto nella cella accanto, per me lo spazio ha assunto una concretezza diversa. Il fatto ha smesso di essere notizia ed è diventato prossimità: parete, corridoio, notte condivisa. La differenza tra me e voi si è fatta allora quasi intollerabile, perché alla mia possibilità di attraversare il blindo corrisponde la vostra permanenza in un luogo che conserva la traccia dell’evento. La distribuzione del dolore segue la distribuzione della libertà.
«non si paga con tutto questo»
Nella cella successiva, c’era K. E con lei la conversazione ha cambiato registro. Era in piedi sbatteva il cuscino, sistemava le lenzuola, era tesa, non mi ha lasciato finire la frase e ha iniziato a recriminare il fatto che hanno pochi colloqui e che le loro “domandine” vengono ignorate. Poi ha riconosciuto chi ero, si è ricordata che un giorno le avevo raccontato di aver incontrato sua madre fuori dalla portineria, venuta a consegnarle un pacco, e di essermi rivolta a lei complimentandomi per la figlia che stava studiando e che proprio il giorno prima avevo visto bella, con una nuova tinta di capelli. K. mi ha abbracciata fortissimo, poi ha indicato la brandina dove sarebbe dovuta stare Consuelo. «Io devo pagare», ha detto, «ma non si paga con tutto questo». In quella frase la logica della pena come debito ha mostrato la propria presa simbolica: l’idea che la sofferenza sia una valuta, che l’eccedenza possa essere contabilizzata come interesse dovuto.
Davanti a lei ho sentito il bisogno di alzare lo sguardo oltre la contingenza dell’istituto, oltre la discussione su ciò che funziona o non funziona qui, oggi, in questa sezione. Avrei potuto limitarmi a entrare nel merito delle dinamiche interne, verificare se le carenze fossero reali o percepite, distinguere tra responsabilità individuali e vincoli organizzativi; tuttavia, pur riconoscendo che questi elementi hanno un peso concreto, ho scelto di spostare l’asse della critica. Perché anche qualora ogni procedura fosse stata rispettata, anche qualora ogni agente avesse agito con scrupolo, resterebbe intatta la questione di fondo: un sistema che concepisce la pena come segregazione prolungata e compressione dei legami produce una pressione che nessuna buona volontà locale riesce a neutralizzare.
Le ho detto che la parola pagare, così come viene interiorizzata, traduce la pena in una contabilità morale che eccede il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, dove si parla di rieducazione, cioè di un processo orientato al futuro. Se la pena tende alla rieducazione, allora deve configurarsi come apertura di possibilità, come costruzione di condizioni che rendano pensabile un diverso modo di stare al mondo; quando invece si traduce prevalentemente in sospensione, rarefazione della cura, assottigliamento del rapporto con l’esterno, essa si irrigidisce in una forma che risente di un’impostazione storicamente superata, fondata sull’idea che l’isolamento produca automaticamente trasformazione.
Ho voluto dirle che il problema non si esaurisce nelle eventuali mancanze di questo istituto, vere o presunte che siano, perché anche l’istituto meglio amministrato resta inscritto in un paradigma punitivo che risale a un’altra epoca, quando la separazione era ritenuta condizione sufficiente per il cambiamento. Oggi sappiamo che la trasformazione richiede legami, continuità, riconoscimento, e tuttavia continuiamo a investire su un modello che concentra risorse nel controllo più che nella relazione. In questo senso l’obsolescenza non riguarda solo le mura, ma l’immaginario che le sostiene.
Quando K. parlava del destino che attende tutte, non l’ho contraddetta con una rassicurazione individuale; ho cercato piuttosto di restituire la sua frase alla dimensione politica che conteneva, mostrando come quel timore non sia un tratto caratteriale, bensì la percezione di una struttura che fatica a rinnovarsi. La resilienza personale, per quanto ammirevole, non può diventare la risposta sistemica a un impianto che continua a produrre compressione. Senza una revisione radicale del modo in cui pensiamo la pena, ogni intervento resta circoscritto, ogni miglioramento locale si scontra con un’architettura che conserva la propria logica originaria.
Normalizzazione dell'eccesso
Quando sono uscita, il mondo procedeva con la consueta regolarità, e questa continuità mi è sembrata quasi un controcanto stonato rispetto alla densità di ciò che avevo attraversato. La differenza tra fuori e dentro non coincide soltanto con il muro, ma con la possibilità di prendere distanza dall’evento, di ricollocarlo in una sequenza che continua. A voi quella distanza non è concessa.
Per questo ho sentito il bisogno di venire e di scrivere, perché la vita di Consuelo non venga assorbita dentro una grammatica rassicurante che trasforma una morte in fragilità individuale, un evento in deviazione, una responsabilità collettiva in destino personale. La parola pagare è potente perché organizza il senso comune: produce l’idea che esista una misura adeguata della sofferenza, un equilibrio possibile tra colpa e pena, come se il dolore potesse funzionare da equivalente generale. Ma quando la pena eccede fino a diventare perdita irreversibile, allora non siamo più nel campo della giustizia: siamo dentro un dispositivo che si legittima attraverso la normalizzazione dell’eccesso.
Se una crepa si è aperta, non è soltanto nel vissuto di chi resta, ma nell’immaginario che rende pensabile tutto questo come inevitabile. È lì che occorre intervenire: disarticolare l’automatismo tra reato e segregazione, tra responsabilità e isolamento, tra rieducazione e sospensione dei legami. Non per negare la necessità di assumersi le proprie responsabilità, ma per sottrarre la pena a quella torsione punitiva che la trasforma in esposizione prolungata alla vulnerabilità senza adeguati spazi di riconoscimento. Scrivere, allora, è un modo per non lasciare che l’accaduto si chiuda su se stesso: per tenere aperta la domanda su che cosa stiamo facendo, in nome di chi, e a quale costo collettivo.
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