Quando si parla di difficoltà linguistiche e scolastiche, lo sguardo si posa con particolare insistenza sulle famiglie straniere. Ma uno dei problemi strutturali del paese riguarda quell’area di fragilità che possiamo chiamare illetteratismo. Se il rendimento scolastico è indizio delle carenze linguistiche della famiglia, cosa succede quando questa famiglia è italiana?
Quando un ragazzo o una ragazza di origine straniera «non va bene a scuola», il ministro Valditara vorrebbe obbligare i genitori a studiare l’italiano. L’idea è che ciò che si impara a scuola debba trovare un sostegno anche in famiglia. Prendiamo sul serio questa convinzione e allarghiamo lo sguardo: quali competenze linguistiche hanno gli adulti che vivono in Italia?
L’ultima indagine Ocse-Piaac offre una risposta poco rassicurante. In Italia il 35 per cento delle persone tra i 16 e i 65 anni si colloca al livello 1 o inferiore nelle prove di literacy: riesce a orientarsi soprattutto in testi brevi e semplici, quando le informazioni sono esplicite. Solo il 5 per cento raggiunge i livelli più alti.
Non è una novità: già nell’indagine del 2011-12 l’Italia si collocava tra i paesi con i risultati più bassi. A distanza di un decennio la media nazionale è rimasta pressoché invariata, mentre è cresciuta la quota delle persone più in difficoltà e si è allargata la distanza tra i due estremi.
È questa vasta area di fragilità che possiamo chiamare illetteratismo. Una questione strutturale del paese, che riguarda la possibilità di comprendere un contratto o un’informazione sanitaria, orientarsi tra notizie contrastanti, continuare a imparare, partecipare alla vita pubblica.
Riguarda anche la possibilità di accompagnare figlie e figli nel percorso scolastico. Da decenni sappiamo che il titolo di studio dei genitori, le risorse culturali della famiglia e le condizioni socioeconomiche sono associati ai risultati scolastici. L’origine familiare influenza i percorsi e gli apprendimenti ben prima della scelta della scuola secondaria superiore. È una relazione statistica che non determina il destino di nessuno, ma è abbastanza persistente da chiamare in causa la responsabilità della scuola.
Eppure, quando si parla di difficoltà linguistiche e scolastiche, lo sguardo si posa con particolare insistenza sulle famiglie straniere. Valditara ha evocato anche il white flight, la «fuga dei bianchi» dalle scuole con un’alta presenza di alunni stranieri. Il fenomeno esiste ed è documentato anche in Italia, ma nasce dall’intreccio tra distribuzione della popolazione sul territorio, regole del sistema scolastico e scelte delle famiglie. Sono soprattutto quelle dotate di maggiori risorse culturali, sociali ed economiche a potersi sottrarre alle scuole considerate troppo eterogenee, contribuendo così ad aumentare la segregazione.
La ricerca mette in luce anche il ruolo delle rappresentazioni che accompagnano queste scelte. La fuga è alimentata dall’idea che la composizione sociale ed etnica di una scuola sia un buon indicatore della qualità dell’istruzione.
È qui che la segregazione incontra il pregiudizio: l’origine delle persone diventa un indicatore della qualità della scuola. Presentare ripetutamente la presenza straniera come un problema rischia allora di rafforzare proprio la paura che alimenta la fuga. Una politica che intenda contrastare il white flight dovrebbe preoccuparsi anche di non alimentarne le rappresentazioni.
Il diritto a imparare l’italiano
L’apprendimento dell’italiano come seconda lingua è una necessità reale. Per chi arriva in Italia, conoscere la lingua significa poter lavorare, accedere ai servizi, partecipare alla vita sociale, parlare con la scuola dei propri figli. Servono corsi accessibili, insegnamento qualificato, mediazione linguistica, occasioni per usare la lingua. Imparare l’italiano dovrebbe essere anzitutto un diritto, e perché un diritto sia effettivo occorre creare le condizioni per esercitarlo.
La proposta di Valditara compie invece un curioso rovesciamento: trasforma un diritto in un obbligo e l’apprendimento in una punizione. Il corso di italiano scatterebbe infatti quando una figlia o un figlio «non va bene a scuola».
Il rendimento scolastico diventerebbe così un indizio delle carenze linguistiche della famiglia e l’educazione dei genitori la risposta a una mancanza attribuita loro. E quando la stessa difficoltà si presenta in una famiglia italiana? Quando i genitori parlano italiano da sempre, ma faticano a comprendere un testo, a seguire un ragionamento, a orientarsi tra le informazioni?
La cittadinanza italiana non mette al riparo dall’illetteratismo. E il titolo di studio dei genitori, come le condizioni economiche della famiglia, non dovrebbe decidere quali possibilità di apprendimento avranno i figli. È proprio questa la ragione per cui esiste la scuola pubblica: offrire libri, tempo per leggere, occasioni di studio e di confronto anche a chi non può trovarli in casa. Ma conta anche come studenti e studentesse vengono distribuiti tra le scuole.
Se le famiglie con maggiori risorse possono sottrarsi alle scuole considerate svantaggiate, mentre in quelle stesse scuole si concentrano difficoltà sociali e instabilità del personale, il sistema finisce per riprodurre le disuguaglianze che dovrebbe contribuire a ridurre.
Se ci preoccupa il rapporto tra le risorse culturali delle famiglie e gli apprendimenti scolastici, dobbiamo occuparci anche dell’educazione degli adulti. I Centri provinciali per l’istruzione degli adulti svolgono un lavoro essenziale nell’alfabetizzazione, nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua e nel conseguimento dei titoli di studio. Ma i dati dell’Ocse mostrano una domanda di educazione permanente molto più ampia, alla quale dovrebbero rispondere le politiche pubbliche.
L’italiano va insegnato a chi non lo conosce, mettendo a disposizione corsi, insegnanti e servizi adeguati. E a chi già lo parla va data la possibilità di continuare a leggerlo, scriverlo e comprenderlo. Il problema linguistico del paese non viene da fuori. È già dentro le nostre scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle disuguaglianze che si trasmettono da una generazione all’altra.
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