Il leader di Futuro nazionale svolge il lavoro sporco per soddisfare il compito della destra in tempi di crisi: addomesticare la rabbia sociale, trasformare il malcontento in “rivoluzione passiva”. Quale dovrebbe essere invece il compito della sinistra, di fronte al generale?
Mi ero ripromesso – fin dai suoi esordi – di non cadere nella trappola del dare attenzione a Roberto Vannacci. Ho ceduto: questo articolo è un atto d’incoerenza di cui mi pentirò.
A mia parziale discolpa c’è da dire che il vero oggetto di questo articolo non è Vannacci, ma Antonio Gramsci. In particolare quella misteriosa categoria che egli valorizza: “rivoluzione passiva”. Essa si realizza quando in una situazione di instabilità politica sono le classi dominanti che danno risposte alle esigenze popolari e, in questo modo, ne approfittano per consolidare l’ordine sociale che fanno finta di contestare.
Il lettore non si spaventi, niente di meglio dell’esempio di Vannacci per capire con chiarezza come funziona il meccanismo della rivoluzione passiva.
Infatti è attraverso tale meccanismo che la classe dominante mette in salvo sé stessa e sfrutta l’oppressione sociale a proprio vantaggio: trasforma la rabbia delle classi subalterne in odio nei confronti dei migranti, rende alcune categorie di persone dei capri espiatori, ecc..
Tutto con un obiettivo ben preciso: fingere di accogliere una richiesta generale di progresso sociale per rovesciarla in un’ulteriore occasione di regresso («Il “progresso” si verificherebbe come reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico e disorganico delle masse popolari con “restaurazioni” che accolgono una qualche parte delle esigenze popolari»).
La domanda giusta
Però le cose sono, come spesso accade, un poco più complesse. Specie se ci facciamo la domanda giusta. Che non è «cosa pensa Vannacci?» ma: «Perché concediamo a Vannacci così tanti spazi mediatici mettendolo al centro della scena pubblica?».
Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare velocemente alla rivoluzione passiva. Che Vannacci ne sia una rappresentazione perfetta è evidente: egli riesce nell’impresa di far riferimento a una concretissima rabbia sociale senza mai minimamente nominarne la causa prima, cioè l’organizzazione economica che accentua le diseguaglianze e aggrava la disperazione dei più. Usa gli effetti di un sistema iniquo senza nominarlo mai e, anzi, facendo in modo che i responsabili possano trarre vantaggio da ciò che essi producono sistematicamente.
Però, a ben pensarci, in tempi di crisi non è proprio la rivoluzione passiva il compito specifico delle destre? Che altro dovrebbero fare, se non costruire specchietti delle allodole che illudano i disperati di poter fare qualcosa per salvarsi mentre vengono incoraggiati a scavarsi la fossa da soli? Spostare costantemente lo sguardo così da produrre un discorso egemonico in cui ciò che è parte del problema finisce per diventare parte della soluzione?
Certo, Vannacci lo fa in modo estremo, ma del resto l’estremismo della ideologia della destra non è che corrispettivo della disperazione estrema dentro cui le classi popolari sono abbandonate a loro stesse. L’estremismo di Vannacci è un po’ come quello di Donald Trump: per quanto ci faccia comodo interpretarlo come un caso personale, è in realtà il sintomo della radicalità della crisi.
Il compito della sinistra
Se dunque la destra fa il suo mestiere, quale mestiere dovrebbe fare la sinistra? Ovvio, opporre alla rivoluzione passiva delle destre un’ecologia politica delle parole pubbliche: nominando ciò che Vannacci rimuove consapevolmente, mettendo al centro del discorso la genealogia materiale della crisi e della disperazione popolare. La forza della sinistra dovrebbe essere nient’altro che l’evidenza della realtà opposta alla contraffazione delle parole: se le classi popolari sono in difficoltà non è perché agli omosessuali vengono riconosciuti i diritti o perché arrivano i migranti, ma perché le classi dominanti non concedono più nulla di ciò che hanno preso per se stesse.
Ecco il vero problema, dal mio punto di vista. Non che Vannacci non pronunci mai la parola capitalismo, ma che non lo faccia chi dibatte con lui. Ho come l’impressione che la risposta alla domanda che ho posto prima sia molto preoccupante.
Non è solo Vannacci o la destra a fare la rivoluzione passiva, ad accogliere una parte delle rivendicazioni dei disperati per trasformarle in ennesima occasione per arricchire chi invece ha troppo. Che lo faccia volontariamente o meno, anche una certa sinistra sembra essere in disaccordo con Vannacci su tutto, eccetto che sull’unica cosa su cui dovrebbe ogni volta incalzarlo: smetterla di evocare la rabbia popolare per difendere ciò che la provoca, gli interessi delle classi dominanti.
Dovrebbe svelare la bugia, non prenderla sul serio come se fosse vera. Pronunciare con chiarezza ciò che viene incessantemente rimosso: il nome dei veri responsabili di questa situazione. Che non lo faccia Vannacci, non mi pare uno scandalo. Che non lo faccia chi s’indigna di fronte a Vannacci, forse un po’ lo è.
© Riproduzione riservata

