Sarebbe mal comune mezzo gaudio. Diventa mal comune nessun gaudio, se parliamo della graduale propagazione continentale di idee imbecilli e pericolose.

Non siamo infatti gli unici in Europa a dover assistere allo spettacolo grottesco di una involuzione del pensiero politico attraverso l’uso delirante di spaventapasseri linguistici quali “egemonia”. «They want cultural hegemony. That’s the really threatening thing» dice Barbara Steiner, direttrice della fondazione Bauhaus Dessau, in un’intervista al Guardian sulla campagna elettorale di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt che prevede un attacco frontale a ciò che, secondo il partito, non esprime un grado sufficiente di germanità. Come la scuola fondata un secolo fa nella Repubblica di Weimar da Walter Gropius che diede vita alle più moderne e influenti correnti di avanguardia artistica del XX secolo.

Copione noto 

Klingelt da was? direbbero i tedeschi, se suona familiare è perché lo è: oltre a voler liberare la Germania dal “peso” dell’Olocausto – una zavorra che anche dalle nostre parti diversi esponenti politici di impostazione nostalgica nel tempo hanno scaricato per viaggiare più leggeri –, il senso di un’ipotetica operazione anti-Bauhaus (chiusa nel 1933 a causa della persecuzione nazista) sarebbe quello di epurare la memoria e l’identità tedesca dalle scorie progressiste e non sufficientemente patriottiche del passato.

Poco importa se fu proprio questa istituzione a creare una vera egemonia culturale in tutto l’Occidente e oltre, con uno stile e un modo di concepire il design che arriva fino a oggi – basti pensare al minimalismo dei prodotti Apple o Ikea, eredi massificati dell’estetica bauhausiana. Il copione è noto: l’ultra-nazionalismo ottusamente strumentale dimostra, come sempre, di non avere a fuoco nemmeno ciò che dovrebbe essere motivo di orgoglio nazionale.

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