Avevo sentito parlare di Circe, naturalmente. Figlia del titano Elio, dio del Sole, e di una qualche ninfa dell’acqua, era famosa per la sua inarrivabile abilità con le erbe e le pozioni. Sua sorella Pasifae aveva sposato il re Minosse di Creta e partorito il mostruoso Minotauro. Sua nipote Medea aveva aiutato Giasone a conquistare il Vello d’oro. Quando Giasone si era trovato un’altra moglie, Medea aveva ammazzato i figli che aveva avuto da lui, e anche la sposa novella, naturalmente. Quella era la stirpe a cui apparteneva Circe. Che famiglia!

«Se andrai da lei» lo avvertì Ermes, «ti offrirà una bevanda drogata, come ha fatto con i tuoi amici. Ma io ti darò un’erba magica che funge da antidoto alla sua pozione e ti renderà del tutto immune. Ecco cosa devi fare. Entra nella villa, bevi la bevanda e quando lei ti toccherà con la sua bacchetta, grazie all’antidoto che ti ho dato non ti succederà niente. Allora sfodera subito la spada e puntagliela alla gola. Lei, allora, dirà che vuole far l’amore con te, ma tu, continuando a minacciarla con la spada, la costringerai a giurare davanti agli dèi che non ti farà del male e non userà la magia contro di te. Se non prenderai queste precauzioni, ti inviterà a spogliarti, farà l’amore con te e ti priverà per sempre della tua virilità. Quindi falla giurare. Un immortale non può diventare spergiuro, nemmeno – ci crederesti? – quando è un dio della menzogna come me. È proprio così, sai? Oppure no? Ah, ah! No, non è così, ma non dirlo a nessuno! Dov’ero rimasto?»

«Che le tenevo la spada puntata alla gola».

«Ah, sì. Solo dopo che avrà giurato di non farti del male accetta l’offerta di andare a letto con lei. Cosa che non dubito troverai agevole fare».

Ermes si chinò e raccolse da terra una piantina con una radice nera e un fiore bianco. «La chiamiamo moli. La vedrai spuntare dappertutto, ma non raccoglierla. Solo noi immortali possiamo sradicarla».

Tolse le foglie e i petali e me la porse. «È un po’ amara, ma prendine un bel morso».

«Un po’ amara?»

Ermes rise vedendo la mia faccia disgustata. «Il tuo vecchio bisnonno ti augura buona fortuna» disse, e in men che non si dica sparì.

Ingoiai l’ultimo pezzetto di moli e, appena il saporaccio amaro fu passato, entrai nel giardino. Una lupa mi si avvicinò e mi leccò il dorso della mano. Il leone fece le fusa e mi si accoccolò languidamente accanto.

«Gli sei simpatico» disse una voce dolce. Ed eccola là, Circe, che irradiava potere e bellezza. Credo di averla guardata come un ragazzino innamorato cotto. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso.

«Salve» dissi. «Sono un forestiero in quest’isola e ho fame. Immagino che non…»

«Prego» fece lei, sorridendomi e invitandomi a seguirla. Successe tutto quello che mi aveva raccontato Euriloco. Riempì una coppa di vino, vi mescolò miele e orzo e spruzzò un pizzico di un’altra sostanza sulla bevanda, prima di passarmela.

«Bevi» disse. «Mi dicono che è buona».

Presi la coppa e bevvi tutto fino all’ultimo goccio. «Chiunque lo affermi, ha ragione» dissi. «È deliziosa!»

Sorrise e mosse la verga nella mia direzione. Ricambiai il sorriso. Mi posò la bacchetta sulla testa.

«Vattene, porco, va’ a raggiungere gli altri!»

Continuai a sorridere. A lei, invece, il sorriso si spense sulle labbra. Sollevò di nuovo la verga, ma io sfoderai la spada e gliela puntai alla gola, come Ermes mi aveva detto di fare. Cacciò un urlo tremendo e cadde bocconi, abbracciandomi le ginocchia come un contadino supplice davanti al re. «Chi sei?» sibilò. «Nessuno beve la mia pozione senza cedere al suo potere, nessuno».

Dopo un istante, disse: «Ah, sei Odisseo! Devi per forza essere lui. Ogni volta che visitava l’isola, Ermes mi avvertiva che un giorno sarebbe venuto Odisseo, un uomo della sua progenie, e mi avrebbe sconfitto. È chiaro che sei tu! Metti via la spada: non ne hai più bisogno. Andiamo a letto».

Continuai a tenerle la lama puntata alla gola, premendola fin quasi a forarle la pelle.

«Ferma lì!» sibilai. «Hai trasformato i miei uomini in porci e hai cercato di fare lo stesso con me, e ora vuoi portarmi a letto per privarmi della mia virilità. Niente potrebbe indurmi a giacere con te, dea incantatrice. Lo farò solo quando mi giurerai sul fiume Stige e su tutti gli dèi che non mi farai mai del male e non mi impedirai mai di andarmene da quest’isola. Giuralo!»

Sempre in ginocchio, Circe giurò. Mentre eravamo a letto, sentii fervere l’attività in altre parti della villa. Circe mi posò l’indice sulle labbra e mi disse che erano le ancelle, ninfe dei boschi e dei fiumi, che stavano preparando un banchetto. Le ancelle si fecero avanti sorridendo timidamente, e mi condussero alla vasca da bagno. Mi versarono addosso acqua calda e mi strofinarono con olii finché sentii sciogliersi tutta la stanchezza che si era accumulata nelle ultime settimane, entrandomi nelle ossa. Mi fecero indossare una tunica e un mantello puliti e mi condussero a tavola, dove mi attendevano cibi e vini prelibati. Le ancelle mi offrirono le pietanze, ma io non mangiai. Non ci riuscivo proprio.

Circe mi prese la mano. «Ho promesso che non ti farò del male, e manterrò la promessa. Tu senza dubbio sai che lo farò, quindi mangia!»

«Non posso, dea. Come potrebbe, un uomo, mangiare come un principe sapendo che i suoi amici sono stati trasformati in porci e grufolano in cerca di ghiande in un porcile? Solo se li libererai e li riporterai alle loro sembianze umane, potrò mangiare e bere con il dovuto gusto».

Circe si alzò, prese la bacchetta e uscì dalla stanza. La guardai aprire i cancelli del porcile e far uscire i poveri maiali. Tirando su col naso, i porci le girarono intorno, strillando da far pietà. Circe prese un unguento da una giara e lo spalmò sulla testa di ciascuno di loro. Nel giro di pochi istanti, le setole si ritrassero e i maiali assunsero la stazione eretta, riacquistando le loro vere sembianze. I miei diciannove compagni erano di nuovo normali, erano di nuovo uomini e (forse era la mia immaginazione o forse no) apparivano più puliti, freschi, giovani e in forma di quanto non fossero da anni. Piansero di gioia quando mi videro. Ci stringemmo la mano, ci abbracciammo e di nuovo piangemmo e ridemmo.

«Dov’è Euriloco, signore?» chiese uno di loro. Quando lo ebbi spiegato, Circe parlò di nuovo. «Vai da loro. Di’ che tirino in secco la nave nella cala e vengano qui a unirsi al nostro banchetto».

Andai alla nave. Gli uomini furono felicissimi all’idea di visitare il palazzo incantato, ma feci molta fatica a convincere Euriloco. «Sei matto? Ci trasformerà in leoni o lupi, oppure in maiali e scoiattoli!»

«Hai la mia parola che ora è nostra amica».

«La tua parola? La parola dell’uomo che ha condotto i nostri amici nella spelonca del Ciclope, perché fossero da lui divorati in un sol boccone?»

Fremevo dalla voglia di sfoderare la spada e tagliargli all’istante quella zucca dura, ma sapevo che in fondo Euriloco non era cattivo. Inoltre, era mio cognato. Alla fine lo convinsi, e venne. Come tutti gli altri, presto godette senza inibizioni dei piaceri offerti dalle ninfe: non solo del cibo, del vino e dei bagni cui esse provvedevano con tanta prodigalità, ma anche delle loro… qualità personali.

Circe e io traemmo piacere dal nostro corpo e tutti quanti banchettammo e bevemmo e ci bagnammo come i mitici re egizi. Fummo trattati con tale gentilezza, e ci fu offerta un’ospitalità così gratificante e dilettevole, che trascorsero settimane e poi mesi. Circe mi diede un figlio, che chiamammo Agrio.

Trascorso un intero anno, un giorno alcuni dei miei uomini mi avvicinarono. «Non pensavamo mai che saremmo arrivati a chiederti una cosa del genere, Odisseo, ma… non credi sia giunta l’ora di partire e ritornare in patria

Certo, Circe aveva mantenuto la promessa di non propinarmi erbe e pozioni magiche, ma mi aveva nondimeno stregato con la sua bellezza e le grazie della sua persona e del suo carattere. Andai da lei, le abbracciai le ginocchia in atteggiamento supplice e le ricordai la sua promessa.

Mi ascoltò seria, poi però mi diede la più incredibile delle risposte. «Odisseo, mio adorato, certo che vi lascerò andare. Non ha senso trattenerti qui contro la tua volontà. Ma devo riferirti di una visione che ho avuto dagli dèi o dalle profondità della stessa Gea, non mi è chiara la fonte. So solo che ciò che sto per dirti è vero e importante».

Mi accarezzò una guancia e mi parlò col cuore. Non si poteva dubitare della sua sincerità. «Odisseo, tu non arriverai mai a casa se prima non visiterai gli inferi e consulterai l’ombra del grande indovino tebano Tiresia. Lui, e soltanto lui, sa in che modo potrai ritrovare la rotta per Itaca».

Ero sconvolto. «Ma Circe, nessun mortale può visitare l’Ade! È impossibile. Sì, generazioni fa, Orfeo scese agli inferi per reclamare la perduta Euridice, e non fece una bella fine. E sappiamo tutti che Eracle riuscì ad arrivarci e in qualche modo a portarne fuori Cerbero. Ma io non ho né il talento di Orfeo per la musica né la forza di Eracle. Non posso cavarmela. Nel modo più assoluto».

Circe sorrise e gli accarezzò la barba. «Oh, mio amato, abbi un poco di fede! Sistemerò io le cose in maniera che tu possa andare, ed è proprio questo che accadrà. Sali sulla tua nave, issa le vele e lascia che il vento del nord, che io farò soffiare, ti trasporti là dove il fiume Oceano incontra una riva pianeggiante che conduce al bosco di Persefone. Là attracca e raggiungi a piedi la grande roccia in cui si incontrano i fiumi infernali. Ascoltami bene, in quel punto dovrai scavare un fosso che riempirai di latte e miele. Sopra spargici farina bianca d’orzo, poi prendi un montone nero e una pecora bianca, che provvederò io stessa a far caricare sulla tua nave prima che tu parta. Ascoltami, dunque, e fidati di me, caro. A che punto siamo arrivati? Ah, sì, tu prendi il montone nero e la pecora bianca, girali con il muso verso l’ingresso dell’Ade e sgozzali, facendo gocciolare il sangue nel fosso. Nel momento in cui avrai fatto questo, le anime esangui dei morti arriveranno, chiedendo di bere. Non devi permettere loro di bere. Respingile finché non ti si avvicinerà l’ombra del vecchio indovino cieco, Tiresia. Solo quando Tiresia ti avrà detto che cosa devi fare e come devi continuare il tuo viaggio, potrai lasciare che le altre ombre bevano. Solo allora, è chiaro?»

Annuii, frastornato. «Allora, riepiloga tutto parola per parola». Mi fece ripetere cinque volte l’ordine delle azioni da eseguire nel rituale, prima di essere soddisfatta. Dopo di ciò, ci fu un grande andirivieni. Ah, sì, ricorderò anche un triste avvenimento successo poco prima che lasciassimo l’isola. Il più giovane del gruppo, Elpenore, un ragazzo mite che non era però il più intelligente della compagnia, si addormentò sul tetto della villa di Circe. Sentendo il rumore dei preparativi per la partenza, si svegliò e, preso dal timore di non fare in tempo a salpare con noi, si dimenticò di essere sul tetto e di aver bisogno di una scala per scendere, e precipitò nel vuoto, rompendosi il collo.

«Ci ha preceduto nell’Ade» mormorò Euriloco, un commento che giudicai di cattivo gusto.

Da Odissea, Salani, 2025

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