Il 3 agosto del 1492, quando la Niña, la Pinta e la Santa Maria presero il largo da Palos de la Frontera per raggiungere le Indie, Cristoforo Colombo potrebbe aver pensato, in un moto di entusiasmo e di terrore, alla possibilità che il suo viaggio potesse diventare mirabolante quanto quello di Ulisse nel ritorno verso Itaca.

Colombo, d’altra parte, era mosso da un’idea inedita, che quindi conteneva già in nuce qualcosa di straordinario: si era convinto che, oltre le Azzorre, si estendesse una grande massa continentale, corrispondente alle Indie: la grande Asia, con il Catai (la Cina) e il Cipango (il Giappone) descritti da Marco Polo, e che fosse possibile raggiungerla navigando verso occidente, lungo la rotta di circumnavigazione della Terra.

Un’impresa costosa, ma meno di quanto si potrebbe immaginare. Per allestire la spedizione furono necessari circa due milioni di maravedí: metà della somma fu messa a disposizione dalla corona, mentre l’altra metà venne reperita da Colombo grazie al sostegno del Banco di San Giorgio di Genova e del mercante fiorentino Giannotto Berardi. Rapportata all’economia del tempo, quella cifra era tutt’altro che straordinaria. Una delle imprese destinate a modificare più profondamente la Storia partì con un investimento che, tradotto nel potere d’acquisto odierno, corrisponderebbe a circa 600-700 mila euro.

L’esito è noto: quello che Colombo trovò alla fine del viaggio fu il Nuovo Mondo, l’America. Colombo realizzò quel viaggio, superò quei confini che Ulisse aveva solo sognato. Ma non sono mai i risultati finali a rendere interessanti le azioni umane. Lo sostiene Dostoevskij ne L’idiota: «Potete star sicuri che Colombo era felice non nel momento in cui scoprì l’America, bensì quando era in viaggio per scoprirla; potete star sicuri che il momento della sua massima felicità fu forse quando, proprio tre giorni prima della scoperta del Nuovo Mondo, l’equipaggio disperato si ribellò, e per poco non lo costrinse a volgere indietro, verso l’Europa, la prua del vascello! L’importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. Colombo infatti morì senza quasi averlo visto, e in pratica senza sapere che cosa aveva scoperto. L’importante sta nella vita, soltanto nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo e ininterrotto, e non nella scoperta stessa!».

Il mistero del passato 

Il passato è un luogo misterioso. Quanto più è antico, tanto più è inafferrabile. È inutile quindi, per chi non ne sia un devoto studioso, cercare di capire cosa è vero e cosa no, quali dati possiamo assumere come incontrovertibili. Quello che è utile osservare nelle opere classiche, al di fuori dei contesti più accademici e filologici, è la persistenza di alcuni sentimenti che dal mondo classico arrivano fino a noi, e in cui noi ci riconosciamo perfettamente: sono ancora i nostri, non sono mai cambiati.

È impressionante, e riempie di meraviglia, la persistenza delle opere classiche, la loro eterna risonanza. Soprattutto se facciamo il confronto con produzioni letterarie di secoli molto più vicini al nostro che tuttavia hanno già smesso di parlarci, e come prodotti che hanno oltrepassato la loro data di scadenza, già suonano alle nostre orecchie come oggetti trapassati, sprofondando in un lento oblio da cui non emettono più alcun suono.

Pensiamo, per esempio, al romanticismo. Oggi non è raro che molte lettrici e lettori fatichino a riconoscersi negli slanci, nelle rinunce e nelle ossessioni di Anna Karenina o di Emma Bovary. L’amore che raccontano appartiene a una precisa configurazione storica sociale e culturale. Ancora più significativo è il fatto che oggi si tenda a domandarsi se quei romanzi, così come quelli più recenti, parlino più agli uomini o alle donne, quasi che il loro destinatario naturale coincida con il genere del protagonista, e ne disegni la fisionomia.

Con i classici, invece, la questione non si pone. Nessuno pensa che l’Odissea sia “un libro da uomini” o che le tragedie di Sofocle siano “letteratura femminile”. Antigone, Medea, Achille, Odisseo, Edipo continuano a essere percepiti come figure che precedono qualsiasi identità particolare. Il mondo antico tendeva a inscrivere le vicende individuali all’interno di forme più profonde: il mito, il destino, la parentela, la colpa, la giustizia, il rapporto con gli dèi e con la morte. I sentimenti, per gli antichi, non sono altro che il modo in cui queste strutture invisibili si manifestano.

Una parte della narrativa moderna, soprattutto a partire dall’Ottocento, ha progressivamente sostituito il mito con la psicologia. Il destino lascia spazio alla biografia; l’eroe diventa una persona. È una conquista straordinaria, che ha prodotto romanzi immensi, da Tolstoj a Flaubert. Ma proprio perché la psicologia è inseparabile dalla storia, essa cambia insieme alle forme dell’amore, della famiglia, della sessualità e della società. Le opere che riescono ad attraversare i secoli invece sono quasi sempre quelle che, al di sotto della cronaca dei sentimenti, costruiscono una silenziosa forma mitica.

Che cercavi? 

È per questo che la vicenda di Ulisse, che questa estate tornerà alla ribalta grazie a The Odyssey di Christopher Nolan (in sala dal 16 luglio), ha continuato a perdurare nei secoli ed è arrivata a bussare alle porte di Hollywood. Per questo possiamo vedere in controluce Ulisse se immaginiamo Cristoforo Colombo a bordo della sua caravella prendere il largo verso l’ignoto la mattina del 3 agosto 1492. Più che il viaggio dell’Odissea, ci verrà in mente il viaggio di Ulisse verso le Colonne d’Ercole, quel medesimo desiderio di conoscenza.

L’Ulisse di Dante – il solo che Colombo poteva effettivamente conoscere dal XXVI canto dell’Inferno – ha modificato il suo scopo: non vuole ritornare, ma partire di nuovo. Incarna la curiositas dell’uomo moderno, quel sentimento che ci avrebbe portato a esplorare lo Spazio (per restare su Nolan, che altri archetipi aveva Interstellar, con il bramoso personaggio di Cooper, se non il poema omerico?). «O frati, dissi che per cento milia / perigli siete giunti a l’occidente, /a questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente, / non vogliate negar l’esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. / Considerate la vostra semenza: /fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza».

Dopo Dante, la scoperta dell’America cambierà radicalmente la visione del mondo, cancellando per sempre il confine delle Colonne d’Ercole: la terra intera entra nella luce del visibile. Vediamo questa incredibile scoperta risuonare nei versi che Tennyson dedica all’eroe: «La luce comincia a scintillare dalle rocce: / il lungo giorno affievolisce: la lenta luna si innalza: il mare profondo / geme attorno con molte voci. Venite, amici miei, / non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo». E ancora di più in Torquato Tasso, che nella profezia del XV canto della Gerusalemme Liberata esplicita il collegamento tra questi due esploratori.

Non possiamo sapere, dunque, se la mattina del 3 agosto 1492 Cristoforo Colombo partì per la sua traversata oceanica con Ulisse nel cuore. Del resto, però, come suggerisce il dialogo di Cesare Pavese, forse nessuno dei due ha mai cercato davvero una terra. Calipso domanda: «Che cos’è la vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?» Odisseo risponde: «Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa. Quello che cerco l’ho nel cuore, come te».


 

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