Come molti greci intellettuali del suo tempo, Platone conosceva Omero a memoria. Aveva iniziato a innamorarsi di quelle storie quando era un bambino e suo padre era appena morto e sua madre Perittione gli cantava i versi di quei cavalli che volavano fra Pilo e Sparta portando Telemaco alla corte di Menelao ed Elena dove forse avrebbe avuto notizie di suo padre. Cavalli volanti in cielo.

Forse anche lui avrebbe potuto raggiungere suo padre in cielo con cavalli volanti?, si chiedeva il piccolo Aristocle, come si chiamava ancora prima di prendere il soprannome destinato all’eternità che un bravo maestro di ginnastica argivo gli avrebbe dato in adolescenza per via delle spalle larghe. Eppure quelle storie suscitavano anche paura e terrore nel piccolo, e allora era sua sorella Potone a consolarlo e trovare giustificazioni, spiegazioni, a rimodellare versi e parole per lui.

Nei dialoghi

È quel che in fondo troviamo in ogni suo dialogo. Non c’è opera, infatti, in cui Platone non abbia ripreso il grande poeta epico per citarlo, trasformarlo, riplasmarlo e in un’occasione anche condannarlo, vittima, lui stesso, Platone, di quell’amore e odio tipico delle relazioni più profonde. Del resto, lo studio dei due grandi poemi era continuato nelle lezioni di grammatica e di musica, visto che musica per gli antichi era tutto ciò che aveva a che fare con le Muse e dunque l’arte in senso ampio.

Con altri bravi maestri – il più ricordato: il vecchio Dionisio, insegnante di grammatica – Platone aveva approfondito ogni aspetto dell’opera omerica e sapeva bene dove cogliere il bene e dove respingere il male. Per questo, fa molto sorridere che la vulgata dei manuali su cui crescono migliaia di studenti si limiti a presentare la condanna platonica di Omero, all’interno della condanna platonica dell’arte, come se Platone non fosse stato il grande artista, grande scrittore, grande amante e avversario del più inarrivabile fra i poeti.

Ma cosa rendeva folle di ebbrezza Platone quando leggeva l’Odissea? Qui non abbiamo notizie certe, ma di nuovo possiamo immaginarlo, tracciando un percorso attraverso i suoi dialoghi per recuperare le note più salienti degli episodi su cui il filosofo dovette tornare infinite volte anche alla luce della propria personale visione della vita e dell’impegno filosofico, in senso largo esistenziale e in senso più stretto politico.

Ogigia

Credo che nulla interessò tanto Platone come l’abbandono della ninfa Calipso che apre il vero e proprio racconto in cui Odisseo appare nel poema e sposta l’eroe nell’isola dei Feaci dove, accolto da Nausicaa prima e da suo padre Alcinoo poi, Odisseo inizierà a snocciolare le sue avventure in quel lungo flashback pieno di menzogna e verità in cui l’eroe si mostra come un grande aedo, un grande narratore, un grande creatore di storie. L’abbandono di Ogigia dove per quasi otto anni Odisseo ha vissuto il suo amore con la bellissima ninfa Calipso, come spesso nei poemi, sembra diretto esclusivamente dagli dèi.

In effetti, per chi sappia leggere con attenzione il testo, è l’esito di un dilemma di amore che attraversa l’anima dell’eroe. Niente più di Eros appassionava Platone. E l’immagine di un uomo caduto nella rete di sensualità suscitata dalla bellezza divina e tuttavia legato a un altro amore, quello per la moglie, doveva toccare corde divine nel lettore filosofico. Cosa avveniva infatti in quest’uomo che ogni mattina, dopo aver consumato l’amore afrodisiaco con la ninfa, si allontanava in solitudine su una roccia davanti al mare a sognare in lacrime il ritorno e a immaginare Penelope e a desiderare soltanto quell’amore umano e proprio in quanto umano eterno?

Era la lotta fra Afrodite ed Eros, fra la divinità del letto e quella dell’unione totalizzante, sì. Ma era soprattutto la lotta fra il delirio inumano di farsi immortali e il desiderio davvero umano e quindi divino di realizzare sé stessi in quanto mortali. Abbandonando Calipso, infatti, Odisseo abbandonava la più ambita delle promesse: l’immortalità. Ma cosa importa davvero all’essere umano dell’immortalità? Nessuno la vorrebbe, se davvero la avesse, scrisse Platone. Perché l’immortalità non serve a nulla. Quel che a noi serve è vivere davvero pienamente la nostra vita. Ossia, come dice Odisseo a Calipso, «invecchiare assieme a mia moglie».

La potenza del racconto

Non sottovalutiamo però ciò che avviene subito dopo, quando Odisseo appunto arriva naufrago e nudo nell’isola dei Feaci, Nausicaa lo accoglie con un discorso di amore che Odisseo ricambia con parole di miele e nessun lettore riesce a trattenersi dal chiedersi perché stavolta l’eroe non ceda, visto che tutti noi ci innamoriamo di Nausicaa, del suo pudore, del suo sorriso sublime.

E tuttavia l’eroe va perché appunto altro è il motore che lo spinge, quell’eros potentissimo che deve riportarlo a casa, ormai, deve riuscire a fargli compiere il cammino che è l’oggetto del suo desiderio più potente. Ecco allora la tavola imbandita alla corte dei Feaci, il cantore cieco che sembra un Omero raccontato da Omero, ossia Demodoco, le storie che questi canta, Odisseo che piange ascoltandole e Alcinoo che se ne accorge e infine spinge l’ospite a rivelare chi sia e questi dice «Sono Odisseo, figlio di Laerte, e la mia fama vola al cielo».

È il momento in cui, da perfetto cantore, Odisseo inizia a mescolare verità e menzogna per tornare sulle vicende che gli hanno per ora impedito il ritorno. Tutti quei famosissimi episodi che generalmente costituiscono il cuore delle rielaborazioni successive del poema, da Polifemo a Circe.

E tuttavia anche di queste storie altro interessava Platone, non il carattere fiabesco e letterario, bensì la potenza erotica del racconto. Ovvero la capacità di tenere avvinto un pubblico, di sedurlo, di convincerlo che quelle erano verità nude e dure, verità da lasciar entrare attraverso le orecchie e il petto perché prendessero vita e germogliassero e dessero altrettanta vita altrove, di petto in petto, di bocca in bocca, come le storie più amate che si diffondono e che plasmano un popolo. A Platone interessava questo eroe persuasore, seduttore, capace di usare la parola come fosse un fiocco di neve per convincere chiunque che la strada da percorrere era quella narrata.

Costruire giustizia

È qui che troviamo, dunque, il perfetto equilibrio del Platone tutto politico che ci mostra la biografia di quest’uomo sempre dedito a cercare di costruire la bella città, convinto che vivere in un mondo ingiusto condanni all’infelicità. Costruire giustizia dunque. Sì, ma come se non creando le condizioni a cui solo un popolo convinto può contribuire? E come si convince un popolo?

Ecco l’ultima risposta: usando l’amore, l’eros che ci passa dentro l’anima per creare discorsi erotici, capaci di sedurre chiunque e capaci di dare vita all’eros che è nell’anima di chi ascolta per far sì che quell’anima si metta in movimento – un movimento tutto erotico – verso la creazione di giustizia e bellezza. Un sogno? Certo un sogno erotico.

Quel sogno che il film appena uscito nelle sale ha perduto, purtroppo tagliando via tutta l’isola dei Feaci, facendo di Calipso una semplice donna avvenente nella sua maturità e dimenticando che Odisseo rifiuta l’immortalità pur di restare mortale, pur di invecchiare con sua moglie, pur di trovare nella propria umanità l’unica dimensione divina che ci è concessa, quella in cui la giustizia trionfa e la guerra è finalmente dimenticata.

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