La cantautrice romana potrebbe vincere fra i giovani. Porta all’Ariston un racconto autobiografico di perdita e ricostruzione, inserendosi in una tradizione in cui la musica diventa strumento per elaborare il lutto
Anche a Sanremo la morte è stata a lungo un tabù: un tema da tenere nascosto in un cassetto, in contrasto con la spinta vitale dell’esistenza e, soprattutto, con la centralità dell’amore. Ma quando i cantautori scelgono di raccontare sé stessi, queste regole non scritte possono saltare. È quello che fa Angelica Bove, con un passato a X Factor e ora fra i giovani che calcheranno l’Ariston, nel suo caso con una canzone dal fortissimo peso emotivo.
Quel peso è un “mattone”, come suggerisce il titolo e come recita il verso finale: «Dicono che porto un peso che per me è un mattone, ma un mattone serve a costruire». È una sintesi perfetta delle contraddizioni del lutto: con la sua forza propulsiva, che passa ovviamente dal dolore, ma porta verso una trasformazione e forse anche una rinascita.
Tutto questo ha la stessa densità poetica di qualsiasi esperienza universale, ma nel caso di Bove nasce soprattutto da un racconto autobiografico: a 19 anni ha perso entrambi i genitori. Mattone, ha spiegato la cantautrice, parla proprio del dolore provocato da quella perdita improvvisa.
«Parla di un’impotenza che, all’inizio, mi ha strappato la voce, ma che col passare del tempo me l’ha riscritta, facendomi morire e poi rinascere», ha raccontato. «Il dolore non se ne va mai del tutto, ma col tempo ho capito che potevo trasformarlo in un valore aggiunto. E forse, finalmente, ci sono riuscita».
Bove canta la fragilità estrema di chi è precipitato nell’abisso, ma anche la capacità di riemergere. È una canzone che vive di contrasti, dove dolore e slancio positivo convivono, proprio come accade nel processo di elaborazione del lutto. «Troppe informazioni che mi confondono».
Le parole sono sostenute da una voce ruvida, a tratti spezzata, mentre l’arrangiamento orchestrale ne amplifica l’intensità emotiva. Ma ciò che rende questa canzone una credibile candidata alla vittoria è soprattutto la sua universalità: il fatto che farà sentire molte persone meno sole. «Mi devo abituare a stare male in modo normale come tutte le altre persone. A stare male in modo normale come tutti gli altri. E ritornare a vivere».
Il precedente
Se si volesse per forza cercare un accostamento con la storia recente di Sanremo, è naturale pensare ad Angelina Mango nella serata delle cover del 2024. Il testo de “La rondine”, canzone del padre, ha assunto un significato completamente nuovo: «Dove sei, dove sei, unico amore che rivivrei (…) sei nel cielo sbagliato».
La forza interpretativa è la stessa: il fatto di usare una canzone come specchio in cui si riflette il proprio trauma. Ogni lutto è immerso nel pensiero magico di un dolore così intenso che è difficile da raccontare. Ma, se c’è un modo per farlo, non può che essere in musica.
La stessa Angelina Mango lo ha fatto in “Fila indiana”, in cui racconta tutta la rabbia di un lutto vissuto sotto i riflettori: «Io so cosa vuol dire amare da morire. Ho bisogno di uscire. Non riesco a respirare, devo andare via».
Il ritmo sincopato della musica, in quel caso, sembra come il battito accelerato di un cuore spezzato.
Cantare la fragilità
Ma la storia della musica è piena di canzoni sul lutto e sulla morte, anche se, statisticamente, sono molte meno rispetto a quelle d’amore. Vale la pena fare qualche esempio.
Ancora dalla storia recente di Sanremo, c’è Irama con “Ovunque sarai”, quarto nel 2022: «Dove ogni anima ha un colore, ogni lacrima ha il tuo nome». Nel 2002, Francesco Renga arrivò ottavo con “Tracce di te”, dedicato alla madre: «Qui non c'è mai nessuno che mi parli di te».
Allargando ulteriormente lo sguardo alla musica italiana, c’è ad esempio “La canzone per un’amica (In morte di S.F.)” di Francesco Guccini e poi dei Nomadi. O ancora: “gli Angeli” di Vasco Rossi, “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti o “Se tornerai” degli 883, giusto per fare qualche esempio.
Ma forse la canzone di Angelica Bove si inserisce in un filone più ampio, portato avanti dalla nuova generazione di cantautori, e più in generale di chi ne parla sui social. Il vero tabù da abbattere è lo stigma per la fragilità. Nella vita è normale cadere, crollare addirittura, ma molte volte quel mattone che ti sta schiacciando può essere utilizzato per ricostruire un futuro diverso.
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