Ci sono cascato di nuovo, direbbe Achille Lauro. Dopo il cyber-attacco alla regione del 2021 è il turno di un’altra istituzione laziale: il sistema informatico dell’università La Sapienza è stato sequestrato da sospetti hacker russi.

Si potrebbe pensare a una versione accademica di From Russia with Love, James Bond, spie sovietiche, Tatiana Romanova e MI6 a San Lorenzo. Purtroppo però, non c’è traccia di Sean Connery in piazzale Aldo Moro e Infostud non è un accessorio tecnologico dato in dotazione dal maggiore Geofrey Boothroyd ma il portale di accesso ai servizi dell’università fuori uso dopo l’irruzione del virus ransomware.

Distopia universitaria

Più che da 007, lo scenario dunque è da tecno-apocalissi burocratica. Cosa potrebbe succedere, nella più distopica delle ipotesi, alla carriera di chi ha frequentato e frequenta l’ateneo più grande d’Europa? Esami cancellati, crediti perduti, lauree annullate, dottorati bruciati, prestiti bibliotecari saltati, studenti Erasmus bloccati a vita in quei sei mesi di scambio a Valencia. Se infatti, come sembra, il riscatto non verrà pagato entro 72 ore dall’apertura del link contenente l’ultimatum, l’enorme patrimonio di dati di studenti, insegnanti e personale potrebbe essere distrutto per sempre (o venduto al dark web).

Torna così alla memoria con un pizzico di paternalismo quel periodo in cui il sapere universitario si imprimeva su un libretto, e la responsabilità di una eventuale disintegrazione la si poteva attribuire al cane o ad altre creature del sottobosco giovanile, coinquilini, colleghi e fuori sede; eravamo felicemente analogici e non lo sapevamo. In ogni caso, nessuna paura, chi ha frequentato La Sapienza sa che sono proprio queste disavventure a renderla un posto di formazione trasversale, università della vita oltre che Studium Urbis. Che la Minerva la assista.

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