Miss Kappa da ridere (Tunuè). I fumetti dal segno leggero e le battute dal significante altrettanto leggero di Pera Toons non abdicano e per la terza settimana consecutiva svettano in cima alla classifica dei più venduti. Viva i bambini.

La resa dei conti di Gabanelli e Ravizza

Subito sotto, però, al secondo posto, la musica cambia radicalmente ed entra in scena la sanzione morale, la liturgia laica del giornalismo d’inchiesta. Milena Gabanelli e Simona Ravizza, con La resa dei conti  (Fuoriscena) scalano le vette della saggistica evocando scenari da tragedia elisabettiana. Il sottotitolo è già un manifesto programmatico, un distillato di indignazione civile: Inchiesta sull’Italia dei potenti e degli imbrogli contro la forza degli onesti. Gabanelli, vestale indiscussa e severa del videogiornalismo d’assalto fin dagli anni Novanta, quando lavorava da sola con una videocamera portatile, ha ormai traslocato le sue liturgie dal piccolo schermo di Report (per vent’anni ha guidato il più noto e chiacchierato format di giornalismo investigativo in Italia) alla rigidità geometrica del Dataroom sul Corriere della Sera, affiancata da una Ravizza trasformata in implacabile cacciatrice di asimmetrie contabili. Da lì nasce questo saggio.

Che si apre su un aneddoto archetipico del 1973: una giovane Milena era al suo primo impiego. Trascriveva fatture in una ditta di bulloni. Il capo ogni tanto con candore dickensiano, le ordinava: «Queste valle a mettere nel nero». Lei non sapeva bene cosa significasse, ma le sembrava una cosa normale: lo sapevano tutti.

Mezzo secolo dopo, quella zona d’ombra non è più un’eccezione, ma un’estetica della sopravvivenza nazionale. Le autrici scelgono la via della fredda anatomia: bilanci pubblici, norme inique, cifre nude e crude. Ne emerge il ritratto kafkiano di un’Italia divisa in caste, dove lo Stato ha le tasche bucate e i soliti noti il portafoglio blindato. I fessi e onesti (noi) pagano per tutti. La conclusione morale del lettore (me compreso) è immediata e feroce: scuole e ospedali dovrebbero essere interdetti agli evasori. Niente istruzione per i figli, niente cure per i corpi. Per i tribunali, invece, porte spalancate. Una distopia punitiva che farebbe sgranare gli occhi a Michel Foucault.

Terzo posto per le storie palermitane di Palminteri nel romanzo Le ali in una stanza (Bompiani), a scendere il Rinascimento raccontato come la splendida epifania di tante giornate particolari da Aldo Cazzullo (HarperCollins).

Doppio Murduko

E poi il caso del doppio Murduko, al sesto e ottavo posto, con l’uscita del volume due del fenomeno editoriale globale dell’estate (Magazzini Salani). L’inventore di questa trappola logica è Manuel Garand, un canadese di Montréal che, dal pulpito globale del Financial Times, passa il tempo libero tra le pareti domestiche a confezionare enigmi con la complicità fustigatrice di moglie e figli.

La formula di Murduko è un miracolo di ingegneria semiotica: l’omicidio classico della camera chiusa innestato sulla griglia cartesiana del sudoku. Per i Poirot in pantofole ci sono ottanta delitti distribuiti su cinque ere storiche: Medioevo, Far West, Età dei pirati, Preistoria e Antico Egitto. Si naviga tra galeoni e piramidi con la bussola della pura deduzione. La Storia è in pericolo e per salvarla occorre applicare l’antico precetto aristotelico del terzo escluso applicato ai numeri: in ogni riga e in ogni colonna della griglia può esserci un solo e unico personaggio. Per isolare il reo, basta scovare chi ha violato l’isolamento condividendo la medesima area spaziale della vittima. Un delitto perfetto che si risolve non col sangue, ma con la gomma da cancellare.

Resta da capire se l’italiano medio applichi alla griglia del sudoku la stessa spietata onestà intellettuale che la Gabanelli esige nei bilanci dello Stato o se anche lì finisca per “mettere nel nero” qualche numero pur di far quadrare i conti.

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