Era il 1959 quando la follia demolitoria dei “Giovani Turchi” democristiani si accaniva su Villa Deliella. Quel capolavoro Liberty, opera di Ernesto Basile, è al centro del mio romanzo Le ali in una stanza
Era la notte tra il 28 e il 29 di novembre dell’anno 1959 quando la follia demolitoria dei “Giovani Turchi” democristiani, artefici principi del sacco di Palermo, si accaniva con la raggia di un cane famelico su Villa Deliella, capolavoro del Liberty della città. Non era tempo di stare addormuti. Assai prima che con la luce del giorno scattasse il salvifico “vincolo culturale”, della Villa pure il ricordo doveva morire.
Fino a quella notte misteriosamente superstite, la villa Liberty dei Lanza di Deliella si ergeva in piazza Crispi con l’orgoglio ancora intatto della principesca famiglia che l’aveva voluta e abitata e con il fascino imperturbabile per lei sublimato dal più grande, poliedrico, eclettico architetto del primo Novecento: il palermitano Ernesto Basile.
Niente fu risparmiato in quel teatro di guerra notturna: non la torretta angolare, che divideva l’edificio in due corpi, né le logge ombrose che avevano accolto un eden di piante, di alberi e fiori. In frantumi le vetrate policrome che allegre avevano schermato gli interni, disgregato il ferro battuto che attorcendosi e contorcendosi si infiorava su balconi e terrazze illudendo lo sguardo.
Un esercito spietato di operai guastatori guidava ruspe, maneggiava esplosivi e sfere d’acciaio appese a bracci di gru. A terra, svuotati di senso, si accatastavano in una intollerabile promiscuità mobili di legni svariati e preziosi, cucine a gas, sedie e poltrone in radica e pelle, ramaglia e pentolame. E negli scheletri dei loro avanzi era ancora impresso il segno della matita di Basile, che era stato anche raffinato progettista di oggetti e di impianti e antesignano designer di tessuti, tende, pitture e di quanto altro fosse necessario a ogni singola opera del suo ingegno. Distrutta in una notte la Villa, un’area di parcheggio la sostituì per un intero decennio.
Ernesto Basile
Di Ernesto Basile, in un tempo alla memoria perduto, parlava l’intero mondo. Instancabile non solo nelle patrie progettazioni, moltiplicava le sue ore di lavoro occupandosi anche di giurie di concorsi e di restauri che pretendevano rispetto di vetustà e venustà. Figlio d’arte: il padre Giovan Battista gli fu anche professore all’Università di Palermo e morendo passava a lui il testimone del suo stesso talento ma anche un teatro, il Massimo da lui progettato e ancora incompiuto.
Ma Ernesto era pronto ad accogliere la sfida e l’immancabile confronto che nella difficoltà dell’impresa ne sarebbe venuto. Dotato del suo stesso rigore, della lealtà e di una fisica intolleranza verso ogni genere di truffaldine manovre, non ci fu mai ombra nel suo lavoro di pecuniarie influenze. Ogni inutile e invidioso curtigghio polverizzato sul nascere. Storia vuole che per il Teatro Massimo lui stesso si mischiasse tra gli operai che tagliavano le pietre da servire al prospetto e, rimboccate le maniche, facesse scuola istruendo una squadra talmente speciale da essere poi richiesta dovunque.
A Roma, a Palazzo Montecitorio, la perfetta sintesi dell’uomo, dell’artista e dell’Italiano maiuscolo: chiamato perché progettasse l’ampliamento del Palazzo Bernini e la creazione di una nuova aula dei deputati, il nostro ebbe soluzioni per ogni problema. Progettò un emiciclo con una perfetta acustica, un soffitto a lucernario dal quale la luce piove illuminando naturalmente il lavoro dei deputati seduti in banchi di quercia scura da lui disegnati uno per uno. Se oggi se ne ricordassero, sarebbero ancor più orgogliosi di essere stati eletti. Basile, siciliano, volle che lo affiancassero un piemontese – il pittore Giovanni Beltrami – e un romano – Giulio Aristide Sartorio – perché tutta l’Italia dal Nord al Sud fosse rappresentata.
Insensibile alle lusinghe pelose della politica, non accettava compromessi su quanto aveva deciso nel progettare l’opera. I migliori materiali, le migliori maestranze non erano barattabili al ribasso per favorire tornaconti personali. Volle una maestosa cupola vitrea con le allegorie della pace, della giustizia e delle virtù della nazione: l’edificio, con i suoi richiami a valori ormai troppo sfumati, meriterebbe che ognuno di noi lo visitasse almeno una volta nella vita. In fondo, ha la sacralità di una Mecca.
Riconoscere la bellezza
Chissà perché noi umani riusciamo a riconoscere la bellezza solo quando ce ne priviamo. Solo nel 2022, grazie a Legambiente, in piazza Crispi a Palermo è stata posta una targa che ricorda la Villa Deliella, la «sua vile distruzione per mano e volontà di delinquenti avidi e senza scrupoli, protagonisti del Sacco di Palermo» e la sua «bellezza andata purtroppo definitivamente perduta».
Anche per me, in fondo, è stato così: sono nata a Palermo in via Ammiraglio Gravina, dietro il Politeama, ho frequentato il Liceo Garibaldi, a pochi passi dalla Villa e da tanti altri luoghi che testimoniano l’intrecciarsi della straordinaria arte di Ernesto Basile con i venti che dall’Arabia e dalla Normandia, dalla Grecia e dalla Spagna sono giunti nei secoli a fecondare la mia città. Io c’ero, a testimoniare quella bellezza che naturalmente è fiorita nella Conca d’Oro racchiusa tra i fiumi Kemonia e Papireto.
Ma purtroppo c’ero anche quando la mano dell’uomo ha cominciato a farne scempio, e alle macerie della guerra ha aggiunto quelle dell’avidità e della follia mafiosa. Così, a differenza di tanti compagni che sono rimasti a fare la loro parte, appena terminati gli studi io ho lasciato Palermo e la Sicilia: che vigliacca!
Quando, tanti anni dopo, ho cominciato a scrivere le mie storie, la mia terra mi ha richiamato a sé con la forza della sua voce: la storia della famiglia Jacona, nel romanzo Le ali in una stanza, si intreccia a quella della Via Roma; il loro piccolo albergo famigliare si misura con il Grand Hotel delle Palme; i loro sogni di bellezza sono quelli cui Ernesto Basile diede plastica vita nelle sue ville, nei chioschi, financo nei lampioni che dovevano far luce nella notte della città.
«Il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare», scriveva amaramente Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ernesto Basile, come tanti altri siciliani e siciliane che sono rimasti, è la riprova che aveva ragione solo in parte. Non è mai troppo tardi per svegliarsi e fare spazio alla bellezza, quella che chi ci ha preceduto ci consegna e quella che anche noi, ogni giorno, possiamo generare.
Le ali in una stanza di Milena Palminteri è uscito il 6 ottobre per Bompiani. È l’atteso ritorno dell’autrice bestseller da 350.000 copie, vincitrice del Premio Bancarella 2025. Dallo splendore del Liberty fino al sacco di Palermo: Milena Palminteri celebra la sua città con un grande romanzo pieno di eleganza e d’amore. Tra il 1914 e il 1950, tra due guerre, il fervore del Liberty e il virus della mafia che mette le mani sulla città, la storia di un piccolo albergo, con un giardino pensile un passo dal cielo che ospiterà gli uccelli multicolori, che hanno la capacità di alzarsi fin dove il giudizio degli uomini non conta più e si è liberi di spiegare le ali.
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