Gianluca Gotto conosce perfettamente il meccanismo. I suoi personaggi praticano meditazione, attraversano l’Asia, frequentano maestri spirituali, imparano che il dolore va accolto, il passato lasciato andare, il presente respirato. Ogni crisi è già predisposta per diventare illuminazione
La classifica non fotografa solo i gusti. Fotografa i desideri. E questa settimana il desiderio si chiama Ci basterà mangiare il vento (Mondadori). Gianluca Gotto, come è sua consuetudine, arriva primo e vende circa tre volte il secondo classificato, Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola (Einaudi Stile Libero). Due titoli che sembrano usciti da un generatore automatico di serenità: uno propone una dieta eolica, l’altro un fenomeno ottico. Manca soltanto Imparare la rugiada e il catalogo è completo.
Naturalmente il punto non sono i titoli. Sono i codici. Ogni epoca costruisce la propria retorica della felicità. Oggi bisogna soprattutto guarire. Non da una malattia precisa: da se stessi.
Il romanzo sotto accusa
Nello stesso momento compare in libreria un libro di Walter Siti, Il romanzo sotto accusa (Rizzoli). Finalmente un titolo che non cerca di convincerci a respirare meglio.
Magnifico scrittore ed editorialista di Domani, Siti torna splendidamente al suo antico mestiere di critico e si domanda che cosa sia diventato il romanzo, inseguendolo dai classici fino alla trap, passando anche per i bestseller di Erin Doom e dello stesso Gotto (e sono pagine scritte per Finzioni, il nostro mensile culturale).
Un tempo il romanzo era imputato di immoralità, di oscenità, di empietà. Stava dalla parte del Diavolo. Corrompeva i giovani, metteva in dubbio Dio, disturbava il sonno dei benpensanti. Secondo Siti la letteratura non deve proteggere, né semplificare, né, tantomeno, curare. Abbiamo ancora il coraggio di leggere ciò che non ci consola? Pare di no.
Il romanzo terapeutico
Perché c’è un genere letterario che non troverete catalogato in nessuna classificazione Gfk o Dewey, eppure dominante nelle classifiche italiane con imperturbabile costanza: il romanzo terapeutico, il romanzo omeopatico. Non terapeutico nel senso clinico – nessuno lo prescrive all’Asl – ma nel senso che promette, fin dal risvolto di copertina, un effetto collaterale preciso: farvi stare meglio. Addirittura curarvi.
Prendiamo Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto. Il protagonista vive a Singapore, fa tai chi all’alba, conosce a memoria il Dhammapada, ha tagliato ogni legame col dolore dell'infanzia grazie a un guru indiano che gli ha promesso – testuale – la liberazione dal karma familiare. Poi arriva Giorgia, «impulsiva, disordinata, incapace di stare da sola», e con lei il caos, cioè la vita.
Gotto conosce perfettamente il meccanismo. I suoi personaggi praticano meditazione, attraversano l’Asia, frequentano maestri spirituali, imparano che il dolore va accolto, il passato lasciato andare, il presente respirato profondamente. Ogni crisi è già predisposta per diventare illuminazione. Ogni sofferenza contiene una sorpresa edificante.
Matteo Bussola, in Il sole nelle pozzanghere, gioca la stessa partita. Il suo signor Pi è un rigattiere che «ripara persone» fingendo di riparare oggetti, apre la bottega alle otto e dieci anziché alle otto in punto perché le cose importanti meritano di farsi desiderare. È un’immagine deliziosa, pubblicitaria nella sua perfezione: ogni oggetto rotto è una metafora, ogni cliente è una ferita che entra in negozio e ne esce, se non guarita, almeno medicata.
App di meditazione
Il punto non è che questi libri siano scritti male – anzi, la loro efficacia sta proprio nella perizia artigianale con cui somministrano la dose esatta di commozione, né un grammo di più né uno di meno, come fa il bravo barman del bar Basso che dosa il suo Negroni sbagliato al millilitro.
Perché il bestseller contemporaneo non promette più una rivelazione, ma un riequilibrio. Non ti dice che il mondo è incomprensibile: ti rassicura sul fatto che, respirando correttamente, riuscirai comunque ad attraversarlo. È la narrativa come mindfulness. Il romanzo come app di meditazione.
Non c’è nulla di disonorevole, sia chiaro. Consolare è sempre stato uno dei mestieri della letteratura. Virgilio consola Dante. Tolstoj consola Levin. Perfino Proust, dopo tremila pagine di nevrosi, consola. Ma prima pretendono un pedaggio: attraversare il dubbio.
È una transizione lenta, dal romanzo come specchio del mondo al romanzo come accappatoio caldo, quello che ti porgono alla spa delle terme. Funziona, è gradevole, e dopo un po' lo dimentichi — ma intanto, per qualche ora, ti sei sentito accudito.
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