Basta una frase per capire in che mani siamo. «Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno». Dentro questa frase dell’ultimo libro dello scrittore più bravo in Italia c’è già tutto
Era bellissima. La chiamarono Medusa, che in greco antico vuol dire custode. La sua storia è la più triste del mondo. Il mito ce lo ha raccontato Ovidio. Ora ci pensa Ammaniti.
Ammaniti è il più bravo scrittore italiano? Direi di sì. (Sugli scrittori si può discutere all’infinito, come su Dio, su Sinner e sulla vera ricetta del ragù, ma poi arrivano i romanzi e lì si chiude la conversazione). Ammaniti è uno scrittore di storie imbattibile (copy Tiziano Scarpa). La sua scrittura ti prende e ti porta via. Ti fa scoppiare a ridere e, alla pagina successiva, ti spezza il cuore e ti fa paura.
Il fatto è che Niccolò Ammaniti (dopo aver forgiato l’immaginario romanzesco italiano raccontando maschi adolescenti, paure infantili e crudeltà originarie in libri dal successo globale, Io non ho paura per tutti, Strega con Come Dio Comanda per Mondadori) col suo magnifico Il custode per Einaudi Stile libero è new entry e primo in classifica (spot in radio e in tv su La7, booktrailer coi disegni molto belli di Donato Sansone sui social, per una volta non il solito ascetismo editoriale, ma un giusto lancio da prodotto culturale contemporaneo).
Dario Ferrari con L’idiota di famiglia per Sellerio ottavo. E allora questa settimana non possiamo neanche lamentarci sprezzando i gusti del pubblico (e delle ragazzine che comprano derrate di romance, spesso anche piuttosto porno). Il mercato coincide con la qualità. Questi sono due romanzi bellissimi. Di pura invenzione. Fiction in purezza. Senza auto (fiction). Grandi storie, immaginifiche; grandi personaggi, memorabili. Invenzione, stile, scrittura. Che vogliamo di più? La letteratura italiana è in ottima forma. È divertente, ci fa ridere, ci fa piangere. Ci restituisce la complessità comica e drammatica di chi siamo.
Il custode
Prendiamo Il custode e basta una frase per capire in che mani siamo. «Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno». Dentro questa frase c’è già tutto. Il destino familiare come maledizione, il paesaggio come gabbia, il segreto come motore narrativo e quella tonalità inconfondibile di Ammaniti per cui il ridicolo e il terrificante convivono nella stessa stanza, questa volta addirittura in un bagno. Ammaniti compie il suo prodigio. Coniuga il basso e l’arcano, il ridicolo e il terribile, la provincia e il mito.
Nilo Vasciaveo, adolescente ammanitiano di perfetta marca, vive con la sua famiglia in un lembo di Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, dove i Vasciaveo lavorano e rivendono marmo. Il marmo è una copertura. Custodiscono altro. Qualcosa di antico e letale. E da quel momento il ronzio narrativo del romanzo avvia un congegno che tiene insieme desiderio, paura, amore, mostruosità e destino. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. E di incredibile.
E invece è proprio la fiction ciò a cui dobbiamo credere.
Perché inventare non significa evadere dalla realtà: significa costruirne una possibile, più feroce, più memorabile. E Ammaniti scrive contro l’asfissia dell’immaginario narrativo. Lo aveva già fatto tre anni fa, in altro modo, con il bellissimo La vita intima, che raccontava il solipsismo contemporaneo eccitato dai social e la tirannia dell’immagine di sé. Qui va oltre: prende il mito, lo immerge nella contemporaneità, lo contamina con il comico, con il grottesco, con la ferocia del presente. Raccontando magnificamente – penso sia un capolavoro – una favola nera e d’amore, horror e divertentissima, che affonda nel mito e lo squaderna nell’hic et nunc con realismo ammanitesco.
Solo lui poteva scrivere un romanzo in cui stanno insieme Medusa e OnlyFans, la Teogonia di Esiodo e le Metamorfosi di Ovidio, Poseidone e la televisione, il mostruoso e il triviale, l’arcaico e il pop. E scrivere la frase: «Poseidone è andato al pianoforte, si è seduto sulla panchetta, si è sgranchito le dita schiarendosi la voce e, dopo aver strimpellato qualche nota, ha attaccato a cantare Onda su onda». Altrove si canta Con te partirò di Bocelli. E tutto funziona.
Poi c’è la storia di un ciclista e di un piano da cucina di marmo. Tremenda e comica. Una meraviglia, una di quelle invenzioni perfette che non posso rivelarvi. E poi c’è un innamoramento stordente, quello di Nilo per una donna adulta, bella e, appunto, stordita. Ammaniti racconta di un mostro: certo, e così ci parla del bene e del male, dell’amore e della morte, del desiderio e della colpa.
E lo fa circondando il romanzo di un brulichio animale che è una sua firma felicissima: topi, palline da ping pong come trappole, rospi, insetti, pesci, ricci, polpi, gamberi. Ci sono in lui insieme l’entomologo, il teratologo e il demonologo. Ma tutti con il senso del comico di chi sa che l’orrore, per essere davvero memorabile, deve sempre avere un dettaglio ridicolo accanto.
Avercene di romanzi così
Lo dicevo di quello di Ferrari, lo ribadisco con Il custode di Ammaniti. Avercene di romanzi così.
Brutta notizia. Hoepli, quelli dei manuali, in liquidazione. Chiude anche la libreria in centro a Milano. Luogo meraviglioso. Pronto per essere assaltato da sushi e vestiti. Ci vorrebbe Medusa.
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