Corrado Guzzanti è il migliore autore satirico della nostra epoca, un’enciclopedia vivente del grottesco. È di nuovo sullo schermo con un personaggio che ha fatto la storia della tv (e dei tormentoni linguistici)
6 marzo 2026
Scienza! Natura! Filosofia!
• Lo sapevate che il grande filosofo Gottfried Leibniz disse che il nostro è il migliore dei mondi possibili? Ma disse anche: “Occhio al migliore dei meteoriti possibili”.
• Curiosità. Che cos’è un metrosexual? Non lo so, ma secondo me esagera.
Tutto questo è: Rieducation Channel.
C’è una notizia che i vecchi abbonati al culto — e sono molti, sparsi per la penisola come gli imbuti nei documentari di Rieducational Channel — aspettavano da anni. Vulvia è tornata.
È una creatura di Corrado Guzzanti. Il migliore autore satirico della nostra epoca. Inventore di personaggi che sono ormai patrimonio collettivo del nostro immaginario – da Rocco Smitherson a Vulvia, da Lorenzo al poeta Robertetti, dal fascista Barbagli al santone Quelo, fino al dio Aniene, al monsignor Florestano Pizzarro e al livoroso dottor Livore – Guzzanti è una vera enciclopedia vivente del grottesco italico. Definitive le sue parodie di Funari e Venditti, Prodi e Tremonti, Rutelli e Veltroni, Bossi e Bertinotti. Una collezione ministeriale di archetipi e tic nazionali, tra mafia e massoneria, televisione e politica, laicità e superstizione.
Vulvia
Vulvia è nata il 16 gennaio del 2001, in un programma di Raidue che si chiamava L’ottavo nano. Carlo Freccero dirigeva la rete, in quel periodo. E si vedeva. Altri tempi. La televisione italiana aveva l’aria di appartenere a un paese civile. Nel frattempo Guzzanti, che sui social ha quasi mezzo milione di followers, ci allieta con l’allegra invenzione di URAGNA, la collana editoriale di fantascienza romana diretta da Lorenzo. Qualche titolo: L’accise sur plutonio, Ar gabbio su Saturno, L’astronave de sti burini.
Vulvia presentava documentari. Di natura scientifica. Li presentava con grande serietà. Con un abito rosso da sera. Con una chioma bionda, abbondante, che ricordava vagamente Veronica Lake. Dal suo trespolo, con la compostezza di chi sa esattamente quello che sta facendo, diceva cose senza senso.
Le diceva con convinzione. Con quella particolare inflessione di chi sta per rivelarvi qualcosa di importante con un’aria di assoluta, imperterrita professionalità. Servizi a tema storico e naturalistico di cosmico nonsense, intervallando a rarissime frasi di senso compiuto per una quantità industriale di strafalcioni, neologismi involontari e parole inventate con la sicurezza di chi le ha sempre sapute. Il tutto con il tono di chi sta annunciando la scoperta del bosone di Higgs. Vulvia non parlava a caso: parlava autorevolmente a caso.
Il bersaglio dichiarato era Alberto Angela. La divulgazione impettita, educata e melliflua, il racconto del mondo con quella voce da confessionale laico. Ma, come sempre nella grande satira, il bersaglio vero era più vasto e più profondo era un certo modo democristiano di divulgare, di spiegare, di accarezzare il pubblico mentre lo infantilizza. Quella pedagogia garbata, quella dizione da confessionale civile, quel modo di raccontare il mondo come se il mondo fosse un documentario per famiglie con una bella fotografia e nessun conflitto.
Nell’universo di Rieducational Channel, Angela era interpretato da Neri Marcorè con precisione chirurgica, e il rapporto tra lui e Vulvia era il cuore drammaturgico dell’intera operazione: un odi et amo da manuale, con Vulvia che lo accusava di lavorare solo perché «è il figlio!» — con quella pausa prima dell’esclamazione che valeva un trattato di sociologia italiana: quella pausa che conteneva un intero ragionamento sulla raccomandazione, sul nepotismo, sull’Italia. In realtà Vulvia lo desiderava, Angela. Naturalmente. E nell’ultima puntata ballarono insieme. Un ballo sensuale che era anche una riconciliazione. Tra Vulvia e Angela, certo. Ma forse anche tra il nonsense e la cultura. Tra la parodia e la cosa parodiata.
Un po’ di storia della tv
E qui, portate pazienza e Aldo Grasso mi perdoni, occorre fare un po’ di storia della televisione.
Ad un certo punto della serie, Vulvia rivelò di essere stata diffidata da Alberto Angela per le sue accuse — quelle accuse, ripetiamolo, che si riassumevano tutte nell’implacabile «è il figlio!» — e fu rimossa dal palinsesto. Il buco venne riempito da Angela Angela: una Claudia Gerini nel ruolo dell’immaginaria sorella di Alberto, vestita esattamente come Vulvia ma colta, arrogante, e in possesso di un rapporto funzionante con la grammatica italiana. Il contrario esatto, insomma.
Vulvia non si rassegnò. Continuò a comparire — facendo smorfie — nelle immagini trasmesse sullo schermo alle spalle della nuova conduttrice. Un sabotaggio a bassa intensità, condotto con gli unici strumenti disponibili: la smorfia e la presenza.
La crisi precipitò quando Angela Angela osò presentare un servizio sugli imbuti definendoli «utensili di irrilevante valore scientifico» — e, dettaglio imperdonabile, pronunciandone il nome correttamente. Fu troppo. Vulvia urlò «MBUTI!» e un enorme imbuto cadde su Angela Angela. La pretendente al trono era sconfitta. Vulvia riottenne il suo posto con la stessa naturalezza con cui, nelle tragedie classiche, l’ordine del mondo viene ristabilito. Solo che qui l’ordine del mondo era fatto di storpiature lessicali e documentari sul fondo del mare.
La faccenda, però, aveva un codice. Le accuse di raccomandazione rivolte da Guzzanti a Piero Angela — il padre, il patriarca, il volto della divulgazione italiana per eccellenza — fecero infuriare il diretto interessato. La penultima puntata fu, di conseguenza, un episodio di silenziosa espiazione: Vulvia presentò documenti scientifici generici, Alberto Angela non fu nominato, Neri Marcorè rimase a casa. Una puntata stranamente quieta, come quelle domeniche in cui si capisce che in casa c’è stato un litigio ma nessuno ne parla.
Poi, nell’ultima puntata, il vero Alberto Angela, con intelligente sportività, fu ospite della trasmissione. La pace fu fatta.
I tormentoni
Vulvia è stata anche un evento linguistico. Tormentoni che entrarono nella lingua parlata di una generazione: gli ’mbuti (imbuti, resi con quella occlusiva iniziale che sembrava una sentenza), i subbaqqui, gli spingitori di cavalieri, e il magistrale «Sapevatelo!» — un imperativo passato morfologicamente impossibile, grammaticalmente scandaloso e semanticamente perfetto. Uno di quei contributi che la linguistica dovrebbe raccogliere con cura.
La cosa straordinaria è che Vulvia nasce vent’anni prima delle fake news come emergenza globale, prima dei deepfake, prima della pornografia algoritmica del consenso, prima che Trump diventasse un meme e il meme una forma di governo, Vulvia aveva già mostrato il meccanismo. E lo aveva mostrato con gli strumenti gloriosi del varietà Rai, che è un po’ come dire che Buster Keaton aveva già capito tutto del cinema digitale.
L’ho finalmente rivista venerdì 6 marzo su Rai 3, in prima serata, nel talk botanico (genere finalmente codificato) La pelle del mondo, condotto dal botanico Stefano Mancuso e dal comico Lillo Petrolo, con Serena Dandini e, appunto, Corrado Guzzanti. Vulvia si aggiunge così all’elenco — ormai infinito e un po’ malinconico — delle reunion degli anni Duemila. Ma a differenza di molte altre cose che amavamo allora e che riviste oggi mostrano qualche crepa, lei è invecchiata benissimo. Di fronte ai suoi sproloqui, l’italian brainrot — il genere del momento, fatto di personaggi assurdi che parlano nonsense con aria ispirata — impallidisce. Vulvia lo faceva meglio, lo faceva prima, e, antropologa e epistemologa, lo faceva sapendo perché.
Eccola qui, in tutto il suo splendore.
Sapevatelo.
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