«Viva la pappa col pomodoro» cantava Rita Pavone. Un piatto semplice, casalingo ed economico che condensa l’amore degli italiani per il cibo. Un simbolo culturale fondamentale nel nostro racconto identitario. 

Ma che rapporto hanno gli italiani con il cibo? Un piccolo scorcio delle abitudini culinarie ci viene fornito dal report “Italiani e Cibo: abitudini alimentari”, realizzato da Vidierre attraverso il sistema Wosm – che combina l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e personale specializzato per l’analisi dei dati – con l’intento di immortalare le pratiche alimentari che imperversano nel Belpaese.

Il report

I dati confermano che gli italiani mantengono un rapporto centrale con il cibo, modulando le loro abitudini culinarie in base a diversi fattori: economici, sociali e nutrizionali. Il nucleo di tutto rimane la casa: il luogo preferito in cui consumare i propri pasti. Per comodità o per risparmio.

Secondo il rapporto Wosm, il 51 per cento degli italiani consuma prevalentemente i pasti principali all’interno delle mura domestiche, mentre solo il 14 per cento dichiara di mangiare soprattutto fuori o tramite delivery. Il rapporto sui consumi delle famiglie dell’Istat, uscito a ottobre 2025, che fotografa la situazione del 2024, sottolinea poi come le spese per la ristorazione continuino a rappresentare una componente rilevante dei consumi familiari. Qui sembra inoltre incidere un fattore geografico: l’Istat rende noto come il mangiare fuori casa sia diventato una pratica complementare nei contesti urbani e nel Centro-Nord.

L’inflazione

Questo dipende anche da quanto incide l’inflazione sul portafoglio delle famiglie: nel report Wosm, il 29 per cento dichiara di aver ridotto consumi o uscite a causa dei rincari, mentre il 46 per cento afferma di cambiare prodotti o cercare più promozioni. Solo il 16 per cento sostiene di non aver modificato le proprie abitudini. L’inflazione è ormai infatti un fattore endemico nel carrello della spesa delle famiglie: il 70 per cento spende da un minimo di 250 fino a un massimo di 400 euro al mese per la spesa domestica.

L’Istat rileva che circa un terzo dei nuclei famigliari ha dichiarato di aver limitato quantità o qualità del cibo acquistato nell’ultimo anno. Inoltre, la spesa media alimentare si mantiene stabile in termini nominali, ma in un contesto di prezzi crescenti: significa che, in termini reali, le famiglie comprano meno o scelgono prodotti differenti. Gli italiani, quindi, modificano le proprie abitudini alimentari. A scapito, talvolta, della qualità.

La salute 

Ma anche l’attenzione alla salute influenza le scelte: nel report il 44 per cento dichiara di cercare spesso o sempre di seguire un’alimentazione sana ed equilibrata, mentre il 31 per cento lo fa solo a volte. Questo mostra comunque un’attenzione per la qualità alimentare, al di là dei cambiamenti derivanti dall’inflazione.

Il rapporto dell’Istat registra anche la diminuzione del consumo di frutta e verdura. Si tratta di un progressivo calo registrato nell’arco degli ultimi trent’anni dovuto all’aumento dei costi dei prodotti freschi, maggior consumo di pasti fuori casa e all’aumento dei cibi pronti. Nel report Wosm, infatti, il 31 per cento rivela di acquistare cibi pronti una o due volte a settimana mentre 19 per cento tre o più volte. Il 37 per cento raramente o quasi mai.

La tradizione

Il mantenimento di un forte legame simbolico con la tradizione culinaria emerge poi nel rapporto Wosm dalla percentuale di chi predilige la cucina italiana (41 per cento), il 32 per cento invece ama alternare mentre il 18 per cento dichiara una preferenza per le cucine etniche o sperimentali. Un dato in aumento, specchio del multiculturalismo gastronomico della nostra società.

Per l’Istat, inoltre, le famiglie unipersonali sono aumentate nel biennio 2023-2024 (36,2 per cento). La trasformazione demografica, quindi, introduce nuove variabili socio-culturali nel consumo dei pasti che influenzano i modelli alimentari tradizionali, risignificandoli. Questo va di pari passo con una maggiore attenzione alla sostenibilità (41 per cento), seguito dalle scelte green in fase di acquisto (19 per cento). In questo caso l’Istat precisa una differenza nell’applicazione delle pratiche tra Centro-Nord e Sud.

Il report Wosm restituisce così l’immagine di un paese che non rinuncia al cibo come elemento centrale della propria identità. Provando però a ridefinire le sue modalità di acquisto e di consumo.


© Riproduzione riservata