“Con te con tutto”, progetto espositivo incentrato sull’opera dell’artista Chiara Camoni (1974) e curato da Cecilia Canziani (1976), è stato scelto per rappresentare l’Italia alla Biennale d’arte di Venezia di quest’anno (aperta fino al 22 novembre). Nonostante l’arduo compito di occupare uno dei padiglioni nazionali più vasti, artista e curatrice hanno dato vita a un dialogo in grado di riempire gli spazi senza timore del vuoto.

Una comunità di sorelle

Nella prima tesa l’artista ha installato quello che ha definito un bosco di figure. Sono sculture ieratiche e slanciate che popolano uno spazio drammatizzato dalla luce e che, pur nelle loro specificità individuali, si presentano con la forza di un gruppo compatto. Alcune di loro hanno corpi e volti più definiti e sono variamente adornate con arbusti, conchiglie, pietre, ma anche frammenti di plastica e rifiuti trovati nelle vicinanze dello studio dell’artista. Una comunità di sorelle (Sister è il titolo di alcune di queste sculture) che attende in posizione verticale e assertiva.

Queste donne affermano la loro presenza grazie alla loro fisicità, sono figure inamovibili, potenti e anche quando sono composte da miliardi di pezzettini minuscoli non si ha mai la sensazione che possano sfaldarsi, rimarranno loro stesse, ben piantate nel terreno, ognuna con le proprie peculiarità.

Nella seconda tesa lo sviluppo è orizzontale ma non si tratta di quell’orizzontalità passiva a cui la storia dell’arte ci ha abituate mediante un certo tipo di raffigurazione del corpo della donna (svelato, inerme, incosciente e disponibile). No, questa è un’orizzontalità dilagante, ramificata, che si estende a macchia d’olio riempiendo lo spazio e sembra essere anche una metafora visiva in grado di rappresentare la pervasività delle relazioni intessute da Camoni nella sua pratica.

L’artista è infatti convinta «che vi sia un bisogno diffuso di ripartire dalla relazione con l’altro e con il mondo esterno a partire dall’esperienza diretta, non mediata. Stando nei corpi, in prossimità». Crede molto «nei piccoli gruppi e nella capacità trasformativa che si realizza per contatto, per contagio, per poi moltiplicarsi in maniera esponenziale». Una moltiplicazione che appare materializzata in una serie di elementi in espansione che occupano suolo senza clamore e senza imporre con prepotenza la propria volumetrica materialità. Insieme alle Veneri e alle Odalische modellate dall’artista infatti, sul pavimento dello spazio sono adagiati oggetti che pur essendo forme solide danno una sensazione di fluidità.

Sono residui industriali di materiali plastici che, come dichiara Camoni «per la prima volta sono presenti nel mio lavoro non soltanto come scarti trovati – raccolti per esempio sulle rive del mare». Una propagazione che sembra appunto riecheggiare anche nella pratica relazionale e collaborativa dell’artista, che racconta: «ho iniziato a lavorare “a più mani” in maniera quasi casuale molti anni fa, quando per la prima volta ho realizzato un ciclo di disegni insieme a mia nonna. In quel momento ho scoperto che l’autorialità era qualcosa che si poteva aprire e allargare anche ad altre persone.

Questa pratica è continuata negli anni ed è tuttora in corso, sebbene rimangano fondamentali anche fasi più solitarie del processo creativo». Il motivo sta nel fatto che «lavorando in gruppo si rilevano piccoli accadimenti, si assiste a fasi intermedie destinate poi a scomparire, che hanno però la forza di vere e proprie epifanie, che ci avvicinano, che creano un legame speciale e che ci fanno partecipi della stessa meraviglia».

Gli intrecci 

Intrecci che in mostra sono testimoniati anche dall’inclusione di opere di altre artiste, collocate all’interno di una serie d’installazioni ricavate da mobili riassemblati. Tra loro Fausto Melotti, Marisa Merz, Alice Rohrwacher e Annamaria Ajmone, selezionate da Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli per essere poste in dialogo con il lavoro di Camoni.

L’importanza del confronto con le altre è al centro del progetto per questo padiglione sin dalla sua nascita, la curatela stessa di Cecilia Canziani «parte sempre dall’ascolto della pratica dell’artista con cui lavoro, in prima battuta il mio modo di curare – o meglio di guardare al lavoro degli artisti – è stato plasmato dal confronto con gli artisti». Un’attitudine che sostiene essere ancor più forte nel caso della collaborazione con Camoni: «perché oltre ad aver lavorato per tanti anni insieme a diversi progetti – mostre, conferenze, libri – abbiamo trascorso insieme molto tempo e soprattutto molte estati. Insieme e con le nostre famiglie, passeggiando, cucinando, chiacchierando, leggendo. In questo modo oltre all’intimità è nato anche un modo di costruire un dialogo che si è tradotto anche sul piano del lavoro».

Questo scambio già avviato in progetti precedenti, come racconta ancora Canziani «è diventato una pratica vera e propria. Abbiamo cercato di superare i confini dei nostri rispettivi ruoli e di interpretare la pratica e la speculazione teorica come due momenti equivalenti aprendo il dialogo e il confronto tra di noi ad altre persone – pensare in presenza, come lo definisce la filosofa Chiara Zamboni».

Il ritorno alla materia

La relazione, lo stare fisicamente con le cose, oltre che con le persone, si esprime all’interno del lavoro recente di Camoni attraverso la necessità di un deciso ritorno alla materia e alla sua manipolazione.

«Le mie sculture nascono in relazione con la materia che ho di fronte. Più che da un progetto definito, parto da un’intuizione o forse da un desiderio. La forma piano piano arriva, stando nel processo. Nella mostra ci sono tutti i materiali presenti da sempre nel mio lavoro. C’è innanzitutto tantissima ceramica, ovvero terracotta policroma e gres smaltato; in particolare il gres è smaltato utilizzando i minerali che io stessa raccolgo attraverso tutta una serie di prelievi – terricci, sabbie, ceneri, pietre sminuzzate – che portati ad alta temperatura vetrificano e si trasformano in colore. L’invetriatura delle ceramiche per me è la trasposizione di un luogo specifico, o più in generale di un paesaggio. Poi ci sono i marmi, anche loro legati ad attraversamenti di paesaggio, perché sono tutti scarti di lavorazione delle cave che io raccolgo durante le tante passeggiate».

Un’azione, quella del ritorno alla materia, che sembra essere nello spirito di questi tempi e testimonia anche una forma di resistenza alla smaterializzazione a cui la tecnologia digitale sembra condurre, in modalità che ci vogliono sempre più immersi negli schermi, con mani e corpi spesso isolati e demansionati e una mente sopraffatta da un vortice d’informazioni che finiscono per immobilizzarci e anestetizzarci.

Al contrario le mani, come ha ben scritto Anne Marie Sauzeau in un testo significativamente ripubblicato nel catalogo della mostra, sono sempre servite per «fare la non-architettura del mondo, per assicurare quasi tutti i valori d’uso, tutti i servizi di mantenimento quotidiano dell’umanità».

Un catalogo (pubblicato da NERO Editions) ricco di testi che si rifanno alla riflessione femminista e transfemminista, riferimenti che artista e curatrice, come racconta quest’ultima, hanno coltivato «attraverso le letture che nel corso degli anni ci siamo scambiate, le persone che hanno conversato con noi, le occasioni di approfondimento che abbiamo avuto sia individualmente sia insieme. Direi che hanno risuonato con il nostro rispettivo modo di lavorare e inevitabilmente hanno nutrito il progetto per il Padiglione».

Progetto che rispecchia davvero una pratica che, citando ancora un altro testo di Zamboni, Cecilia Canziani descrive come il risultato dell’amicizia «tra donne che spesso diventa amicizia politica, perché porta a esplorare lo spazio che si apre tra due persone» e aggiunge «credo che questo sia lo spazio che con Chiara abbiamo cercato di portare anche nel Padiglione». Ci sono indubbiamente riuscite.

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