Alla Biennale resteranno storici lo sciopero di 24 ore e il partecipatissimo corteo del pomeriggio. L’esposizione internazionale, nata sul progetto curatoriale di Koyo Kouoh venuta prematuramente a mancare un anno fa, è un invito all’ascolto di quelle tonalità minori che «rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii». Le 110 artiste in mostra indicano l’urgenza di attuare forme di resistenza culturale
VENEZIA – Apre al pubblico la Biennale d’Arte di Venezia (fino al 22 novembre) di cui si è fatto un gran parlare per il controverso caso russo (al padiglione della discordia si è recato venerdì 8 maggio anche il vicepremier Matteo Salvini: «Godiamoci l’arte, godiamoci gli artisti al di là delle polemiche, delle bandiere, dei boicottaggi perché un giorno c’è quello sulla Russia, poi su Israele, poi c’è il boicottaggio sugli Stati Uniti»).
Resteranno storici però lo sciopero di 24 ore (che ha portato tra l’altro alla chiusura di 27 padiglioni nazionali) e il partecipatissimo corteo del pomeriggio indetti tra gli altri da ANGA – Art Not Genocide Alliance, che si batte dal 2024 per l’esclusione di Israele, come fu per il Sudafrica dell’apartheid. Durante la manifestazione ci sono stati anche scontri con le forze dell’ordine.
Colpisce il doppio standard con cui le istituzioni hanno trattato il caso israeliano, il cui padiglione, inutilizzabile per ristrutturazione, è stato addirittura ospitato all’Arsenale. Il ministro Alessandro Giuli, che ha volutamente disertato l’inaugurazione veneziana per via della contesa sulla Russia, ha promesso all’artista invitato da Israele di realizzare un’iniziativa di valorizzazione della sua opera.
Al contrario la giuria internazionale ha annunciato che, nell’assegnazione dei premi, non avrebbe considerato le partecipazioni nazionali i cui capi di stato sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, per poi dimettersi in blocco nel momento in cui non è stata messa nelle condizioni di farlo. Così i Leoni di questa edizione verranno assegnati dal voto dei visitatori.
C’è da chiedersi in che modo ci si accerterà che questi abbiano visto tutti i padiglioni nazionali (46 sono disseminati per la città) e soprattutto con quale competenza verranno espressi i giudizi. Ancor più dopo che per settimane si è parlato di tutto tranne che d’arte e quando è accaduto è stato fatto poco e male.
L’esposizione internazionale (slegata dai padiglioni) è nata sul progetto curatoriale di Koyo Kouoh venuta prematuramente a mancare un anno fa. Come era accaduto per la Biennale del 1982 di Luigi Carluccio (anche lui mancato prima dell’apertura) l’istituzione veneziana ha scelto di portare avanti il suo progetto, già delineato, affidandolo alla squadra di collaboratrici da lei stessa scelte. Il titolo della mostra “In Minor Keyes” è un invito all’ascolto di quelle tonalità minori che come spiega bene Kouoh nel suo testo in catalogo «rifiutano il fragore orchestrale e le marce militari (...) e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii».
Marginalità e materia
Il progetto espositivo, dichiara inoltre, nasce da una profonda fiducia nella capacità delle artiste di leggere il mondo, che in questa mostra sembra parlare una lingua ben diversa da quella stantia dei nazionalismi. Lo testimoniano le riflessioni che, pur provenendo da luoghi geograficamente distanti, sollevano i medesimi interrogativi.
Queste artiste ci parlano di marginalità (che non significa dilettantismo ma si riferisce a un posizionamento sociale rispetto al potere), di mescolanze di culture che coabitano in luoghi e soggettività, di relazioni con gli altri e con il pianeta in una concezione anticapitalista e antiestrattivista dell’universo.
Se l’atmosfera nel padiglione dei Giardini – dove la facciata è stata poeticamente trasformata da Nkanga per diventare portatrice di vita attraverso le piante – è più legata all’opera-manufatto, all’Arsenale – che invece si apre significativamente con la poesia Se devo morire del palestinese Refaat al-Areer ucciso nel 2023 da un attacco israeliano – c’è spazio per un maggior intreccio con i nuovi media; installazioni ambientali punteggiano invece il Giardino delle Vergini e gli spazi esterni. L’allestimento restituisce la forza di pensieri che si intrecciano e si riverberano senza gerarchie, per diventare un flusso, mai caotico, che ci spinge sempre più in là.
Le pratiche delle 110 artiste in mostra (in maggioranza donne) sono molto diverse, c’è senza dubbio un ritorno alla manualità e alla materia che è però anche segno dell’urgenza di attuare forme di resistenza culturale. Con buona pace di chi tra i critici nostrani grida ancora all’oltraggio parlando di artigianato artistico, il fatto che certi linguaggi siano stati derubricate ad arti minori da una storia dell’arte occidentale e sessista, già messa in discussione dalla critica femminista dagli anni Settanta, forse non è ancora stato del tutto metabolizzato.
In mostra si trovano per esempio le impressionanti tele stratificate di Kaloki Nyamai, i costumi scultorei realizzati con migliaia di perline da Big Chief Demond Melancon per le cerimonie dei Black Masking Indians, la mappa ricamata da Alice Maher e Rachel Fallon, che rappresenta una terra di lotte per i diritti. Lavori che problematizzano la struttura patriarcale della società giapponese come quelli di Yoshiko Shimada e BuBu de la Madeleine, mentre di genealogie femminili parla Maria Magdalena Campos-Pons che pone dentro al proprio giardino di magnolie dipinte e soffiate in vetro Toni Morrison (prima donna afroamericana a vincere il Nobel per la letteratura) e la stessa Kouoh.
È presente anche la tecnologia, impiegata in varie opere: ne da una visione animistica Kader Attia in cui i virus informatici diventano spiriti demoniaci; mentre Nolan Oswald Dennis trasforma in suono i movimenti della crosta terrestre rilevati da dispositivi utilizzati in ambito geologico e militare.
Sono diverse le opere che riflettono su un passato coloniale che ha lasciato ferite profondissime in tutto il globo, trasformando tra l’altro il Mediterraneo in un cimitero, come ci ricorda un monumentale dipinto di Werewere Liking. Disequilibri che continuano ad agire per mano di potere e capitale, forze che Alfredo Jaar ha condensato in un rilucente cubetto di quattro centimetri composto dai metalli su cui la nostra società rapace si basa.
Umanità in cammino
Attorno alla Biennale però c’è una tonalità minore che suona costante dal 2024 amplificata dalle inascoltate richieste di ANGA – Art Not Genocide Alliance per l’esclusione di Israele come fu per il Sudafrica dell’apartheid (nei giorni dell’opening ha bloccato l’ingresso del padiglione israeliano, indetto uno sciopero e un corteo). Solo la mostra centrale sembra aver teso l’orecchio verso la Palestina. Walid Raad ai Giardini porta un lavoro concettuale e toccante (al pari di quello in Arsenale) sui nascondigli di Yasser Arafat. Mohammed Joha, che ha lasciato Gaza nel 2004, rappresenta i paesaggi della sua terra in annientamento attraverso dipinti e collage di tessuti. Vera Tamari, che vive a Ramallah, parla di resistenza attraverso forme simboliche di semi e piante che sopravvivono allo sradicamento.
Attraverso i portali aperti dagli artisti di cui Kouoh si fidava, a partire (come la mostra) da Samb e Buchanan, ci viene chiesto di ascoltare un’umanità in cammino e troppo spesso dolente, come quella delle 2500 figure in argilla di Yawnghwe. Insomma un’esposizione impossibile da condensare, potentissima sul piano sensoriale, emotivo e intellettuale.
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