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In un racconto originariamente uscito nel 1982 col titolo di Sapore Sapere, poi modificato in Sotto il sole giaguaro, Italo Calvino narra la storia di una coppia, il narratore e la sua compagna Olivia, in vacanza in Messico. Protagonista di questo viaggio è il senso del gusto, visto come vera e propria bussola per l’esplorazione di luoghi e culture sconosciute.

Durante i loro spostamenti, i due protagonisti provano molti piatti tradizionali, riconoscendovi i segni di una cultura elaborata: «Olivia aveva osservato che piatti come questi presupponevano ore e ore di lavoro, e prim’ancora una lunga serie d’esperimenti e perfezionamenti […] immaginandosi vite intere dedicate alla ricerca di nuove mescolanze d’ingredienti e variazioni nei dosaggi, all’attenta pazienza combinatoria, alla trasmissione d’un sapere minuzio­so e puntuale».

Il racconto di Calvino è un bellissimo esempio di turismo gastronomico propositivo e proattivo, ben prima dell’epoca dei social e della digitalizzazione del mondo: il gusto è lo strumento per accedere concretamente ai significati antropologici e sociali del cibo, significati che precedono l’atto del consumo ma che sono indispensabili per dargli sostanza e spessore.

Nello stesso racconto, Calvino chiarisce perché gustare e viaggiare sono così intimamente connessi: si tratta di due forme di esplorazione del mondo. «Il vero viaggio, in quanto introiezione d’un “fuori” diverso dal nostro abituale implica un cambiamento totale dell’ali­mentazione, un inghiottire il paese visitato, nella sua fauna e flora e nella sua cultura (non solo le diverse pratiche della cu­cina e del condimento ma l’uso dei diversi strumenti con cui si schiaccia la farina o si rimesta il paiolo), facendolo passare per le labbra e l’esofago.

Questo è il solo modo di viaggiare che abbia un senso oggigiorno, quando tutto ciò che è visibile lo puoi vedere anche alla televisione senza muoverti dalla tua poltrona. (E non si obietti che lo stesso risultato si ha a fre­quentare i ristoranti esotici delle nostre metropoli: essi falsano talmente la realtà della cucina cui pretendono di richiamarsi che, dal punto di vista dell’esperienza conoscitiva che se ne può trarre, equivalgono non a un documentario ma a una rico­struzione ambientale filmata in uno studio cinematografico)».

Questione di distanza

Ci si può chiedere se il programma di Calvino sia, oggi, nell’epoca dei social e di IA, ancora valido e attuabile. L’opposizione tra il senso del gusto come baluardo dell’esperienza concreta e non sostituibile, esperienza che coinvolge corpo e coscienza, e il senso della distanza per eccellenza, la vista, grazie al quale possiamo conoscere senza sperimentare direttamente, ha ancora ragione di essere?

L’autore di Marcovaldo e delle Lezioni americane usava come esempio paradigmatico la televisione, che portava il mondo nelle case. Oggi il mondo è dietro e dentro gli schermi di dispositivi molto più piccoli, tablet e smartphone. Anche la gastronomia è stata profondamente toccata da questa rivoluzione: il cibo è innanzitutto visto, e anche il gusto è sempre più inteso secondo un approccio visivo nel senso di distale. Ma è lo stesso turismo gastronomico a non essere più in buona parte vissuto come esperienza nel senso in cui lo intendeva Calvino.

In altri termini: non è più solo in gioco il fatto che lo sviluppo tecnologico ha permesso di rendere sempre più vicino ciò che prima appariva lontano, per cui possiamo conoscere culture, tradizioni e sapori senza muoverci da casa non staccando gli occhi da uno schermo. Ma soprattutto il fatto che anche quando viaggiamo e facciamo turismo gastronomico lo facciamo come se fossimo dietro a uno schermo.

Non solo gustiamo con gli occhi e dietro gli schermi rimanendo sul divano di casa, ma lo facciamo quando viaggiamo e facciamo esperienze. Anche il gusto è diventato ottico e troppo spesso il turismo gastronomico si riduce a un consumo immediato e superficiale di oggetti. Il prodotto è rappresentato ed esibito, tutto è preparato e programmato per essere afferrato e mangiato in base a quello che ci dicono marcatori ben identificati. Si rischia di perdere l’autenticità della scoperta e l’attrito dell’inatteso.

Per spiegare questo fenomeno, ho proposto il concetto di “gastro-gentrificazione”, con ciò intendendo che il cibo è stato sottoposto allo stesso meccanismo che ha investito l’urbanizzazione. Quando i luoghi e i gusti diventano “brand”, l’esperienza gastronomica viene spettacolarizzata (orientata a visibilità, immaginario, riconoscibilità). Questo può produrre una sovrapposizione tra gastronomia e meccanismi tipici della gentrificazione.

Una fortissima enfasi – a volte patinata – sull’estetizzazione di ogni aspetto visivo che rischia di ridurre l’esperienza del gusto all’atto del consumo di un oggetto. La mutazione del modo di percepire il cibo: non più come pratica/filosofia incarnata e vissuta, ma come cosa da fotografare e filmare rischia di compromettere l’esperienza sensibile più profonda a cui guardava Calvino.

Per evitare di pensare al cibo come semplice souvenir, bisognerebbe sviluppare una diversa estetica del turismo che valorizzi esperienze che guardano ai processi di valore, non solo al prodotto finito da gustare e consumare, ma a ciò che lo rende possibile.

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