Nato suddito austriaco nel 1831 a Limone, sulla riva bresciana del Garda, è una figura che vale la pena conoscere – scrive Gianpaolo Romanato – «perché fu un uomo di frontiera», una personalità «che sfugge a tutti i nostri criteri di normalità». Complesso, difficile e contraddittorio, una figura da scoprire
La figura che subito si riconosce tra i Quattro Fiumi della fontana in piazza Navona è quella del Nilo perché nasconde il volto dietro un velo. Così Bernini rappresenta il mistero delle sue sorgenti, rimaste sconosciute per oltre due millenni. Erodoto sentenziava che «nessuno è in grado di parlarne», e Seneca raccontava di una spedizione militare inviata per sciogliere l’enigma. Ma all’alba del XIX secolo, incredibilmente, in Europa di quei luoghi non si sapeva molto più di quanto fosse a conoscenza lo scrittore latino contemporaneo di Nerone, che quella spedizione aveva ordinato.
Sullo scenario delle esplorazioni africane e della corsa al Nilo, all’inizio del selvaggio sfruttamento del continente e all’origine dello scontro tra musulmani e cristiani per il suo controllo, si apre un libro di Gianpaolo Romanato su L’Africa di Daniele Comboni (1831-1881), missionario e santo. In un volume che – con continue aggiunte – lo storico pubblica la terza volta: dapprima con Rusconi, poi con Corbaccio e ora con la montiniana Studium; attestazione di una trasversalità editoriale rara.
Romanato è studioso versatile, presidente del comitato scientifico della Casa Museo Giacomo Matteotti di Fratta Polesine, l’«italiano diverso» a cui ha dedicato un libro, e autore di una biografia controcorrente di Pio X. Specialista di storia delle emigrazioni e delle missioni, ha scritto dell’epopea dei gesuiti in America meridionale celebrata nel film Mission e – alla Indiana Jones – si è avventurato in luoghi impervi: in Paraguay, per visitare i resti barocchi e imponenti delle reducciones del «cristianesimo felice» descritto nel 1743 da Ludovico Antonio Muratori, e nel Sudan, da Khartoum a El Obeid, sulle tracce appunto di Comboni.
Sono stati i comboniani ad aprire gli archivi e le loro biblioteche, fornitissime di studi africani, per facilitare le ricerche di Romanato, condotte per anni «in totale autonomia»: prima che papa Wojtyła proclamasse Comboni beato nel 1996 e santo nel 2003. Lo storico ha così potuto ricostruire «la vita drammatica, avventurosa, incredibile» di un missionario «convinto di dover portare il cristianesimo dove questo non era mai arrivato, nell’Africa nera, allora sconosciuta e inesplorata, dalla quale sapeva che non sarebbe tornato vivo».
Comboni vi mette piede ventisettenne e qui muore a cinquant’anni, sepolto nel giardino della missione poco più tardi travolta dalla rivolta islamica del Mahdi; delle sue ossa disperse solo alcuni frammenti saranno recuperati e portati prima in Egitto, poi in Italia.
Altrettanto tragico era stato il destino dei primi religiosi austriaci arrivati nel vicariato apostolico dell’Africa centrale, costituito nel 1846 nell’attuale Sudan e che «in quindici anni aveva ottenuto un solo, impressionante, risultato: una settantina di morti» tra i missionari, scrive Romanato, che ricostruisce preliminarmente la vicenda e le cause di questo primo fallimento.
Esplorazioni e missioni
Il contesto sono le esplorazioni e personaggi che sembrano uscire da romanzi di avventure. In uno di questi, Cinque settimane in pallone, Jules Verne immagina nel 1862 il «viaggio di scoperta in Africa compiuto da tre inglesi» e, tra i nomi di 134 veri esploratori, include quelli di quattro missionari. I confini tra esplorazioni e missioni non erano del resto ben definiti: l’inglese John Speke, scopritore delle sorgenti del Nilo con lo scozzese James Grant, dichiara nel suo diario di essersi basato sulle osservazioni dello sloveno Ignaz Knoblecher, provicario apostolico dell’Africa centrale. E sono i missionari cattolici i primi europei incontrati da Speke e Grant reduci dalla scoperta.
Nei documenti di quegli anni terribili le descrizioni evocative di una natura incontaminata e di un mondo nuovo coesistono con il resoconto agghiacciante di ingiustizie e violenze atroci, causate dal traffico dell’avorio, ricercatissimo, e dalla tratta degli schiavi, sempre praticata a spese delle popolazioni nere – l’«avorio nero» – dagli arabi ai quali si aggiungono, altrettanto feroci, gli uomini bianchi. Nel 1859 in una relazione i missionari descrivono i mercanti (europei, turchi, egiziani, nubiani) come «assassini, gente oscena, rapace, crudele, sanguinaria».
Ma il fallimento della prima missione, e di altre, è causato dalla interessata e velenosa ingerenza delle potenze coloniali, in lotta tra loro mentre l’Egitto si svincola dal debole impero ottomano.
Tra i molti personaggi che scorrono vividamente nel libro di Romanato spicca su tutti il protagonista: Daniele Comboni. Nato suddito austriaco nel 1831 a Limone, sulla riva bresciana del Garda, è una figura che vale la pena conoscere – scrive l’autore – «perché fu un uomo di frontiera», una personalità «che sfugge a tutti i nostri criteri di normalità, di buon senso». Complesso, difficile e contraddittorio, sceglie di andare a fare il prete in Africa all’inizio del colonialismo, imbevuto di quella cultura fondata sulla «superiorità» europea.
Eppure, in un testo del 1864, il Piano per la rigenerazione dell’Africa, il missionario auspica una «rigenerazione dell’Africa con l’Africa stessa». Pensa insomma a un’«autosufficienza del continente» proprio «quando l’Europa ne stava progettando la spartizione» scrive Romanato, secondo il quale Comboni «più che a un colonialista, somiglia a un terzomondista ante litteram». Che viaggia con un ritmo frenetico dall’Africa all’Europa per promuovere la sua missione, incontrando a decine i protagonisti del tempo: tra loro l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, il francese Napoleone III, il cattolico liberale Manzoni su cui ironizza «La Civiltà Cattolica» più papista del papa, don Bosco e naturalmente papa Pio IX, che lo stima e lo riceve più volte.
La solitudine
Di formazione tradizionale fino ad approvare nel 1864 la decisione del pontefice di non restituire alla famiglia Giuseppe Coen, un ragazzino ebreo battezzato da una domestica come il ben più noto Edgardo Mortara, il missionario – che nel 1877 diventa vescovo – è invece rivoluzionario nel capire l’importanza delle donne nelle missioni. Sono più affidabili, prudenti ed efficaci dei maschi, «più capaci di regolarsi da sé».
Non mancano le incomprensioni, le gelosie e le accuse, persino di «rapporti ambigui» con una delle suore dell’ordine da lui fondato.
Il cristiano Comboni – abituato a franchi e aspri giudizi nei confronti di cardinali «che non hanno veduto che i saloni dorati di Parigi e di Lisbona, che non sanno la storia della Chiesa, che non hanno mai sofferto e patito nulla» – s’indigna e si difende con forza. Gli ultimi due anni sono i più duri: «Davanti a sé ha il mistero dell’Africa, attorno a sé pochi missionari che muoiono, dietro di sé una Chiesa indifferente, lenta, ingrata, pettegola» riassume Romanato.
L’unico che gli rimane vicino è in Africa un altro grande missionario, poi cardinale, il cappuccino Guglielmo Massaja. Nell’ultima lettera, sei giorni prima di morire, Comboni scrive: «Che avvenga pure tutto quello che Dio vorrà. Dio non abbandona mai chi in lui confida».
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