Era la coda di quel clima da concerti, fine anni Settanta, quando tra sfondamenti e autoriduzioni l’emozione te la dava la musica mista a effetti collaterali. La tournée era destinata alla storia, o almeno a due album doppi. La PFM musicava Fabrizio De André e il binomio per mesi aveva riempito teatri e palasport. La data di Trieste era stata rinviata per un’afonia di Faber e recuperata a fine corsa, gennaio 1979 in un Politeama Rossetti gremito e pacifico, come d’uso da quelle parti. Per la prima volta l’ho visto lì, faceva da “spalla” e a luci spente di palco e platea un occhio di bue illuminava l’asta col microfono e entrava lui.

Diceva due frasi del tipo: «Fabrizio e la PFM sono pronti, ma prima c’è un giovane cantautore che suonerà alcune sue canzoni, accoglietelo con simpatia perché è molto emozionato». Scattava un timidissimo applauso e tornava il buio. Passavano trenta secondi, di nuovo l’occhio di bue puntato su asta e microfono, e c’era sempre lui, questa volta con chitarra a tracolla. Stupore, risate e l’applauso stavolta convinto. Faceva tre pezzi: uno di satira sulla variante di coppia aperta («C’ho un rapporto», e grazie Sergio Minni che ricorda tutto), un altro a caricatura, voce inclusa, dei testi di Franco Battiato, il terzo nello stesso stile su pulci d’acqua e malandrini di Branduardi. Come e perché avessero scelto lui, David Riondino, lo sa di certo Teresa Marchesi, credo per la conoscenza con Patrick Djivas e Franz Di Cioccio coinvolti in precedenza nel suo primo disco.

Un paio di anni dopo lo cercai, abitava ancora a Firenze, gli chiesi di tornare a Trieste per suonare a una manifestazione in Piazza Unità a sostegno del Pci e di Franco Rotelli, braccio destro di Basaglia e candidato indipendente alle elezioni regionali. Ci siamo conosciuti così. E da allora sentiti e parlati spesso negli anni. Con lui, Sergio (Staino), Paolo (Hendel), qualche volta Dario (Vergassola).

Poi è capitato che a Roma ci siamo trovati a abitare vicini, duecento metri un portone dall’altro, il che ha comportato lo stesso bar dove sino a settimana scorsa lo trovavo a fare colazione, sempre con un quaderno e un libro a prendere appunti e buttare giù qualche idea o pensare una di quelle sue ballate geniali.

Tra il comico e il serio 

Aveva ragione l’altra sera Michele Serra, ospite da Fabio Fazio, a immaginare che di certo ne avrebbe scritta una, affettuosa e feroce, sulla visita di papa Leone XIV ad Alberto di Monaco mentre il mondo va a remengo. Tornando al bar, chiacchieravamo qualche minuto, era uno scambio sul clima lì fuori e il fatto del giorno. Sapeva raccontare le cose più serie, strappandoti un sorriso, e le vicende comiche senza darti via di scampo, stavi lì a seguirlo stralunato.

Era stato lui a portare Paolo Hendel a teatro, ne aveva intuito la vena surreale e fantastica. Galeotta nel racconto una cena tra i due, il dialogo sui minimi sistemi della vita e un grosso pomodoro, vero solutore del nodo, ma non saprei descriverla come si deve, o comunque come sapeva fare lui. Gli inizi erano stati rigorosamente fiorentini. Collettivo Víctor Jara, l’artista e cantautore cileno assassinato cinque giorni dopo il golpe Pinochet.

Erano arrivate in seguito le collaborazioni destinate a farlo conoscere altrove, Il Male, Tango di Sergio e Cuore di Michele. Poi il cinema. Compariva infilzato nella scena più simbolica de La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani mentre all’esordio di Marco Tullio Giordana (Maledetti vi amerò) aveva concorso con la filastrocca sulla coppia aperta. E poi il Kamikazen – Ultima notte a Milano di Salvatores. Del club Tenco era un affezionato, inevitabile andasse così, ma non solo e tanto per quella Maracaibo, tormentone estivo e cinematografico, che gli era costata una causa sui diritti stravinta quarant’anni dopo averla composta.

Quanto alla televisione riempirebbe un album, Lupo solitario, Zanzibar, L’araba fenice, Quelli che il calcio, e il palco del Parioli a deliziare Costanzo con le nenie di Joao Mesquinho.

«Senza prendersi troppo sul serio»

Ieri l’altro, per tutta la domenica, chi lo ha amato o ha condiviso palchi e piazze lo ha ricordato a tono suo, dunque nel modo giusto.

Sabina Guzzanti, «Io e te siamo stati fantastici», e Paolo, «ma soprattutto, da ora in poi, con chi cazzeggio?» (e si capisce, perché a incrociarli assieme, Hendel e Riondino, era comicità neorealista in purezza).

O Massimo Cirri, che queste cose le capisce per mestiere e passione, «intelligenza, sintesi, leggerezza, ironia e poesia, senza prendersi troppo sul serio». Ecco, ha ragione Massimo, «senza prendersi troppo sul serio», che poi sarebbe pure il segreto di una buona vita, sensibile agli altri evitando di dipendere da sé stessi. Il mio rimpianto? Non esserci stato quando ha cantato Endrigo accompagnato da Stefano Bollani. Il punto è lì, che ti parlava del presente mentre scorreva su carta i versi del Tasso, e sapeva gareggiare in “ottavine” mescolando sacro, profano e social.

Da ultimo su guerra, Europa e mondo si era scelta la parte più complicata, silenziare le armi con qualche balzo di genere e di umore che non per forza contemplava satira e ironie, d’altra parte non sembra questo tempo in grado di alleggerire il peso di sciagure e follie.

Un’ultima cosa. Mesi fa mi aveva mandato i quattro spezzoni de L’ultimo festival – The last festival, era il 1999 e assieme a Sergio Staino teneva un laboratorio per 15 videomaker dentro la festa dell’Unità di Modena. Trama: nel magazzino della festa l’immagine di Berlinguer iniziava a lacrimare, si suppone per le sorti della “ditta”. Gran scompiglio e tra furti e speranze si compiva il miracolo di sempre, al fondo quello davvero inspiegabile: che la sinistra era ancora lì. Lo giudicava un capolavoro, né più né meno. E per quanto possa valere il mio giudizio aveva ragione.

Non stava bene da tempo, e lo stesso mi compariva la mattina davanti, a volte seduto vicino e Giovanna, col suo cappello a larga tesa e una battuta che poteva riempirti la giornata. Ciao David e grazie per tante cose.

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