Il libro di Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei, Feltrinelli, 2026, non è l’ennesimo volume sulla storia dell’Eni e sulla morte di Mattei: un atto d’accusa, costruito con i materiali e la metodologia proprie dello storico. La loro tesi convincente rischia però di perdersi nel cercare di ricostruire un dedalo sempre più ampio di connessioni
C’è una verità giudiziaria ed una verità storica. Ci sono notizie e informazioni utili in un’inchiesta giudiziaria. Talvolta mettono sulla strada per raggiungere una prima verità che deve reggere nelle diverse sedi in cui si articola il sistema giudiziario. Purtroppo, quelle informazioni non sempre consentono di formulare una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di chi ha commesso un reato.
Quando era magistrato a Pavia, negli anni Novanta, Vincenzo Calia condusse la terza inchiesta giudiziaria sul caso Mattei. Dopo anni di interrogatori e l’analisi di numerosi documenti delle inchieste precedenti, ma soprattutto dopo l’esumazione dei resti di Enrico Mattei giunse alla principale conclusione della sua inchiesta: il presidente dell’Eni non era morto in un incidente aereo la sera del 27 ottobre 1962 a causa delle condizioni meteorologiche o da un errore del pilota, bensì era stato ucciso in un attentato provocato da un ordigno piazzato sull’aereo, predisposto per innescarsi al momento in cui fossero state iniziate le manovre per l’atterraggio.
Calia dovette però chiudere l’inchiesta nel 2003 con la richiesta di archiviazione, perché nelle sue indagini non riuscì a compiere il passo successivo: individuare i responsabili della morte di Mattei.
C’è poi una verità storica che rappresenta ben più dell’ostinazione intellettuale di chi ha dovuto fermarsi davanti a muri impenetrabili, all’assenza di testimoni o a vincoli politico-istituzionali legati agli interessi nazionali di questo o quel paese, e a segreti che verosimilmente non sarà mai possibile svelare proprio perché appartenenti a una dimensione per sua natura inaccessibile.
E cionondimeno spesso anche il segreto meglio custodito presenta qualche falla, qualche mezza verità che consente di aprire nuovi cassetti e di interrogare in maniera diversa carte già lette.
L’atto di accusa
Soprattutto, permette di proporre un’interpretazione complessiva di una vicenda che, in questo caso, può anche arrivare a indicare chi e perché ha voluto la morte di Mattei e chi e perché, fin dalle prime ore dopo la tragedia di Bescapè e per molti anni da allora (anche in tempi sorprendentemente recenti), ha messo in atto un rigoroso ed efficiente depistaggio che ha impedito agli investigatori di avvicinarsi alla verità.
Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, giornalista politico-economico di lungo corso con una vasta e solida esperienza alle spalle, non lo mandano a dire. Il loro libro, Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei, Feltrinelli, 2026, non è l’ennesimo volume sulla storia dell’Eni e sulla morte di Mattei: è un vero e proprio atto d’accusa, costruito con i materiali e la metodologia proprie dello storico.
Incrociando fonti archivistiche, talvolta anche inedite, testimonianze raccolte dalle diverse inchieste e un vasto apparato di studi su diversi aspetti della storia del settore petrolifero a livello internazionale, i due autori – in un crescendo di valutazioni sempre più esplicite – giungono a un’interpretazione molto chiara: furono gli ambienti francesi delle maggiori compagnie petrolifere, insieme ai servizi di intelligence di Parigi a predisporre il piano per bloccare le iniziative di Mattei in Algeria nella fase in cui si stava completando il processo che avrebbe portato all’indipendenza di questo paese dalla Francia e a realizzare l’attentato.
Erano in gioco interessi enormi, sia nel settore petrolifero sia in quello degli idrocarburi. Mattei stava per firmare un accordo che avrebbe assicurato un grosso vantaggio all’Italia anche nei confronti dell’ex potenza coloniale, garantendosi l’accesso al gas algerino una ventina d’anni prima dell’accordo infine siglato nei primi anni Ottanta dall’Eni. In questo modo escono di scena (e non è poca cosa) gli Stati Uniti e le compagnie americane, a lungo additati – anche dalla storiografia più attenta e meno incline ai complottismi – come i possibili mandanti dell’operazione che portò alla morte di Mattei.
Complessità e debolezze
A parere di chi scrive, le considerazioni addotte dai due autori a sostegno del loro punto di vista appaiono piuttosto convincenti. È invece su un altro piano che il grande impegno profuso per ricostruire tale verità storica rischia di rivelarsi, in parte, controproducente.
È nel tentativo di rileggere l’intera storia dell’Eni, specie dopo la morte di Mattei, attraverso un complesso dedalo fatto di “disattenzioni” degli inquirenti dell’epoca, di depistaggi a corto e a lungo raggio, e nella ricerca affannosa di quanti, anche in Italia, potevano avere interesse alla fine del presidente dell’ente petrolifero, a cominciare dall’uomo che lo sostituì alla testa della società, Eugenio Cefis.
Il rischio è che l’atto d’accusa contro i francesi finisca per essere indebolito dalla ricerca di collegamenti più ampi, ma anche più difficili da dimostrare. La sintomatologia di molte vicende politiche ed economiche italiane ha spesso portato a individuare intrecci tra diversi ambienti politici, economici, criminali e dei servizi di intelligence.
Tenere insieme tutto, in una sorta di puzzle finalmente ricostruito fino all’ultimo pezzo – cosa che, malgrado la passione profusa e gli sforzi compiuti, ha una tenuta inferiore alla verità storica “dimostrata” – rischia di introdurre nel complesso meccanismo delineato nel libro qualche pietruzza capace di bloccarne il funzionamento.
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