Illustratore, vignettista, insegnante, è autore delle vignette pubblicate in prima pagina di Domani e firma la cover dell’ultimo numero di Finzioni. «Quello del docente è un punto di osservazione privilegiato. La sensazione che ho attualmente e che ci sia una voglia di sporcarsi maggiore rispetto a qualche anno fa»
La cover dell’ultimo numero di Finzioni è firmata da Fabio Magnasciutti, illustratore, vignettista, musicista, insegnante e una tra le voci più prolifiche e riconoscibili dell’illustrazione editoriale. Nel corso degli anni ha collaborato con alcune delle principali testate nazionali, da Repubblica a Linus, da Il Fatto Quotidiano a Left e l’Unità, fino ad arrivare a Domani, dove firma ogni giorno la vignetta in prima pagina. Da diversi anni lavora come docente insegnando allo Ied di Roma e nel 2005 ha fondato Officina B5. Dal 1993 è voce e armonica degli Her Pillow.
Autore di numerosi libri illustrati pubblicati con Lapis, Giunti, Curci e Barta, Tic e altri. La poesia di Fabio Magnasciutti sembra nascere prima di tutto da un lavoro di sottrazione. Elimina il superfluo, isola un dettaglio e, attraverso veri e propri giochi con il disegno e le parole, ne sposta il significato, dando vita a metafore immediate capaci di parlare ai sentimenti di chiunque le incontri.
“La Vignetta”. Da dove nasce questo suo modo di raccontare la realtà?
Le prime vignette furono pubblicate dall’Unità, con cui collaboravo come illustratore, intorno al 2010; una scoperta relativamente tardiva, visto che ero già nella professione da più di vent’anni. Non feci altro che mettere insieme due mondi che amo (immagini e parole) che fino ad allora, per qualche ragione, avevo tenuto a distanza.
È nei giornali da tanti anni e ci è tuttora. Che spazio ha oggi la vignetta nel mondo dell’informazione?
Credo che la vignetta, come linguaggio, abbia guadagnato l’attenzione che merita, è presente in ogni testata in varie forme, diversi stili. Forse ha perso un po’ di quell’aura “carbonara” che caratterizzava alcuni titoli come Il Male, Cuore, Tango e altri, di cui non c’è sostanzialmente più traccia. Immagino che i social e la conseguente esplosione di autori, professionisti e amatori, fruibili h24, abbiano fatto la loro parte.
Disegna e pubblica moltissimo, anche sui social. Il digitale ha cambiato il suo modo di lavorare?
Ogni volta che posso torno all’analogico, quando si tratta di lavori con più ampio respiro, come i libri illustrati. Ho bisogno di recuperare alcuni sensi che il digitale taglia fuori come olfatto, udito, tatto: un unico strumento su un’unica superficie, stesso suono, stesso attrito, nessun odore. Lavori senza memoria, se non per la vista. Eppure il digitale dà soddisfazioni, offre soluzioni in quantità e, soprattutto, è veloce. In questo gioco a rincorrersi, nel lavoro e non solo, è una dote da apprezzare.
Per definizione l’illustrazione è un atto di aggiunta, si aggiungono pennellate, si aggiungono tratti. Eppure nel suo processo creativo sembra fondamentale la sintesi, ma più nello specifico la sottrazione. È così?
Sì. Non ho mai approfondito le cause ma certamente parto sempre dal nero, comunque dalle ombre, con qualsiasi tecnica. Amo disegnare anche nel senso più comune del termine ma estrapolare luci e volumi dall’ombra mi dà la sensazione di manipolare la materia, quasi fosse argilla. In genere la finitura dei miei lavori è proprio il fondo che da vuoto/assenza si avviluppa intorno ai soggetti, modellandone definitivamente la forma. Il momento più bello.
La cover di questo numero prende ispirazione dal tema di questo mese, cioè la domanda “Chi sono i giganti?”, intesi come quelle realtà che sembrano troppo grandi per essere cambiate. Può raccontarci da dove è partito per costruire questa immagine?
Amo rappresentare soggetti che appartengono alla natura, sono attratto da foglie, fiori, il mondo vegetale; provengo da una famiglia di contadini. Questo mi porta spesso a usare piante come attori (muti o parlanti) o come metafore secondo le proprie caratteristiche, morfologiche e non. Nella fattispecie, un amato girasole approfitta dell’inganno prospettico per abbracciare finalmente il piccolo sole, gigantesco com’è.
Sono più di trent’anni che è voce e armonica degli Her Pillow. Musica e illustrazione appartengono, in realtà, allo stesso mondo?
I primi concerti risalgono alla metà degli anni Ottanta, con altre formazioni e sì, appartengono allo stesso mondo, a mio parere. Non saprei scindere le due cose, a cui aggiungo letteratura, cinema e ogni forma espressiva. L’arte è un’esperienza multisensoriale, per chi la produce, per chi ne fruisce, nelle fonti di ispirazione, nei meccanismi emotivi, nella costruzione.
Insegna da molto tempo, e conosce quindi bene il settore dell’illustrazione sia dal punto di vista di un professionista sia da quello dei suoi studenti, secondo lei, che direzione le sembra stia prendendo questo mondo?
Quello del docente è un punto di osservazione privilegiato, gli studenti hanno sempre vent’anni, tu no. Puoi facilmente stilare statistiche, costruire grafici sull’andamento di questa o quella tendenza. Quanti tra voi suonano un strumento? Quanti lo fanno con altri? Leggete? Cosa? Che musica ascoltate? E per quanto tempo lungo la giornata? Sono domande che abitualmente pongo alle classi, poco dopo essermi presentato. Mi aiuta a capire certe traiettorie. La sensazione che ho attualmente e che ci sia una voglia di sporcarsi maggiore rispetto a qualche anno fa. Credo sia un ciclo naturale, siamo fatti per questo, per guardare le tracce sulle nostre mani.
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