Il 12 gennaio, Elon Musk e Pete Hegseth, in diretta dalla sede di Space X in Texas, hanno organizzato l’evento “The Arsenal of Freedom” con questa premessa: «Star Trek diventerà realtà». Ma gli ideali dello storico franchise di fantascienza creato da Gene Roddenberry sono tutto fuorché reazionari
Ormai è chiaro, l’ultradestra e i nuovi tecno-oligarchi adorano la cultura pop. Il signore degli Anelli, La storia infinita, Capitan Harlock, è ora anche Star Trek. Lo ha candidamente ammesso il tycoon Elon Musk, che il 12 gennaio, in diretta dalla sede di Space X Starbase - in Texas – ha detto: «Il nostro obiettivo è rendere Star Trek realtà». Un’affermazione che suona come di colore, anche simpatica. Che immagina un futuro per l’umanità nello spazio. Ma pronunciata da quel palco in realtà fraintende l’opera, e prova ad appropriarsene con un fare anche un po’ coatto, riscrivendo un cult della fantascienza a propria immagine e somiglianza.
L’occasione di queste dichiarazioni è stato “The Arsenal of Freedom”: una kermesse in giro per gli Stati Uniti alla presenza del segretario della Guerra Pete Hegseth e dei maggiori esponenti del Pentagono (The Arsenal of Freedom è anche il titolo di un episodio della serie Next Generation di Star Trek). L’obiettivo, dichiarato dal dipartimento della guerra, è quello di incontrare i lavoratori della filiera della difesa, per rivitalizzare il settore nel nome della «sicurezza nazionale».
«Vogliamo che la Starfleet Academy diventi realtà», ha continuato Musk, citando sempre il famoso franchise, e – nello specifico – facendo riferimento all’accademia spaziale dove i protagonisti si addestrano prima di partire nella loro esplorazione con la flotta. E ha aggiunto: «Non è sempre fantascienza, qualche volta la science fiction diventa science fact».
Dopodiché, eccolo, sale sul palco proprio Hegseth. Con in sottofondo Seven Nation Army dei The White Stripes, il politico Maga stringe la mano al tycoon di Space X, poi guarda in camera è fa il saluto vulcaniano, cioè palmo aperto rivolto in avanti e dita a formare una “V”: un simbolo solitamente accompagnato dalla frase «lunga vita e prosperità», che lui non pronuncia. Si limita a «Star Trek diventerà realtà».
Si tratta di un gesto tipico dei vulcaniani, cioè una specie aliena presente in Star Trek e originaria del pianeta Vulcano. A portarlo alla ribalta è stato il personaggio del Signor Spock, l’ufficiale scientifico della nave Enterprise interpretato da Leonard Nimoy. È un saluto di pace e – appunto – prosperità, personale e collettiva, che certamente cozza con la retorica guerrafondaia dell’amministrazione Trump 2.0. Ma nel reame delle inesattezze va bene tutto. E ora Star Trek è la chiave di volta per plasmare il sogno spaziale (e non) di una destra reazionaria e celodurista.
Una serie “woke”
Vedere un’opera come questa associata a quell’ambiente culturale suona incredibilmente cacofonico. Anche perché, per usare il dizionario neo-con, rappresenta valori che oggi verrebbero definiti “woke”. La serie è infatti il trionfo del multiculturalismo in un mondo utopico e post-capitalista. Racconta la volontà della federazione dei pianeti uniti di esplorare lo spazio senza intervenire nell’autodeterminazione dei popoli alieni (la famosa prima direttiva).
Una postura anti-coloniale partorita negli anni Sessanta, quando la serie – ideata dallo showrunner Gene Roddenberry – è stata trasmessa per la prima volta sull’emittente statunitense Nbc (quest’anno si celebrano i sessant’anni). Ecco, i valori egualitari di Star Trek sono incontrovertibili, ed è un segnale importante che la serie avesse tra i suoi più accaniti fan anche Martin Luther King Jr., grande ammiratore della tenente Uhura, interpretata dall’attrice afroamericana Nichelle Nichols.
Controculturale
Star Trek era – ed è tuttora – una serie controculturale. Il discorso pronunciato dal palco di Starbase, che non è solo sede dell’azienda di Musk ma anche una città, è quindi tutto fuori fuoco e profondamente allarmante. L’ennesimo utilizzo della cultura popolare per infiocchettare autocrazia e bellicismo. Un atteggiamento a cui Musk non è nuovo, sia ben chiaro: è stato lui a chiamare la sua intelligenza artificiale Grok. Non è un suono gutturale, ma una parola tratta dal romanzo Straniero in terra straniera, scritto nel 1961 da Robert A. Heinlein. In lingua marziana, “Grok”, e quindi il verbo “groccare”, significa capire, comprendere a un livello profondo, quasi innato come bere un bicchiere d’acqua.
A tal proposito, parola di Hegseth, l’Ia di Musk sarà adottata dal personale del Pentagono insieme a Gemini AI di Google entro fine mese, gestendo anche materiale secretato. «Dobbiamo assicurarci che l’Ia militare americana domini, così che nessun avversario possa sfruttare la stessa tecnologia e mettere a rischio la nostra sicurezza nazionale», ha detto. Nessuna parte di questo roboante evento ha lasciato intendere «lunga vita e prosperità». Qualcuno, si può dire, non ha per niente “groccato” il senso valoriale di Star Trek.
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