VENEZIA  – C’è un’inquadratura, nel nuovo film di Alina Marazzi presentato in apertura di Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, in cui il dito di Gerda Taro esita sull’otturatore. Un attimo, forse mezzo secondo, in cui la fotografa smette di essere soltanto uno sguardo e torna a essere corpo nel mondo. È in quella sospensione minima che La ragazza con la Leica, tratto dal romanzo Premio Strega di Helena Janeczek, trova la sua domanda più urgente, quella che va chiaramente oltre la biografia della prima fotoreporter morta sul campo di battaglia: che cosa significa guardare, e continuare a guardare, mentre qualcosa muore davanti a noi?

Per Marazzi la guerra civile spagnola è lo sfondo, seppure eroico, dove la fotografia da semplice documentazione diventa scelta morale ripetuta a ogni fotogramma.

Misure

Ogni volta che Taro solleva la Leica sceglie di intervenire, di stare dentro la Storia, come lei dice, invece di scappare, invece di distogliere lo sguardo. È la responsabilità della testimone, quella che grava su chiunque scelga di restare a guardare, con tutte le conseguenze del caso: uno sguardo, quello di Taro, che non redime nessuno e che sottrae all’oblio. La Leica, in questo senso, è sì lo strumento che ha reso Gerda Taro e Robert Capa una leggenda condivisa – la doppia identità inventata a Parigi, il nome falso che diventa più vero della vita reale – ma anche la metafora di un patto: guardare per conto di chi non può, o non vuole, vedere.

A questo punto, però, Marazzi lascia affiorare, tra le pieghe della ricostruzione degli anni Trenta, riferimenti visivi alla contemporaneità, tra cui una bandiera palestinese e una dell’Ucraina, così come uno slogan femminista molto anzitempo, che pretendono di creare un cortocircuito tra il 1937 e il 2026. È un gesto che nasce da un’urgenza comprensibile, quella di dire che la guerra non è mai stata storia passata, e il nostro mondo lo sa bene.

Ma è anche un gesto ridondante, quasi didascalico, perché quella continuità il film l’aveva già scritta nelle immagini, nella similitudine muta tra gli albori del nazifascismo del secolo scorso e i sommovimenti di quello del nostro secolo. Il difetto ovviamente non è politico, ma è di misura, in un film che aveva già trovato, nella grana ruvida del bianco e nero e nella leggerezza della pellicola, un modo per far vibrare insieme due tempi senza nominarli.

La domanda

Resta, nonostante tutto, la domanda più scomoda: che spettatori siamo, noi, di fronte a un mondo che brucia ancora? Il cinema di guerra, e questa Mostra lo dimostra film dopo film, sembra oscillare costantemente tra la necessità di renderci spettatori attivi, capaci di trasformare l’indignazione in gesto, e quella di lasciarci crogiolare nella condizione più comoda del testimone inerte.

La storia di Gerda Taro non ci offre una soluzione a questa ambivalenza: ci mostra però che l’attivismo, quello vero, nasce prima dello scatto, nelle strade di Lipsia, nello sporcarsi le mani, negli anni dell’esilio, nella scelta politica che ne precede qualsiasi altra. La fotografia arriva dopo, come conseguenza di un’individualità già schierata.

È questo, forse, il nodo più interessante di La ragazza con la Leica: raccontare la Storia a partire dal corpo di una donna che ha scelto di starci dentro fino a morirne, schiacciata da un carro armato a ventisei anni durante la ritirata da Brunete, in Spagna. Marazzi non fa parlare la Storia per bocca dei grandi eventi, ma per interposta persona: un ultimo giorno a Parigi, il 14 luglio 1937, in cui passato e futuro si toccano.

La Storia dei grandi eventi – della guerra, in questo caso – diventa qualcosa che ci riguarda da vicino, che non possiamo relegare a un capitolo chiuso, perché continua a ripresentarsi. Non è un caso che il film scelga il racconto, e il ricordo, plurale e discontinuo di chi ha conosciuto Gerda intimamente come strumento privilegiato per la narrazione. È così che la guerra civile spagnola, la Parigi degli esuli antifascisti, l’ombra già lunga del nazismo tornano a essere un destino collettivo che si gioca sulla vita delle singole persone.

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