Nella tradizione, il viaggio non era una forma di divertimento. Il viaggio “classico” aveva ragioni diverse: il commercio (Marco Polo), il pellegrinaggio, la visita ad amici o parenti soprattutto in occasione di grandi festività, il puro e semplice desiderio di conoscenza. Il Grand Tour in Italia, che incarnò per due secoli l’idea stessa del viaggio della gente colta, era la fase finale della formazione (la Bildung, come si diceva alla tedesca) dei giovani fortunati, una sorta di “obbligo”. Il Viaggio in Italia (1817-1818) di Goethe, archetipo di questa figura, è un diario di conoscenze, esperienze, incontri. In tutti i casi, il viaggio e la vacanza ricercavano il contatto con la realtà vera, con forme di vita, di arte e di cultura diverse, ma sempre autentiche.

Le vacanze per tutti

©Publifoto/Lapresse 12-07-1960 Capri ( Napoli ), Italia interni Retrospettiva di Capri. Nella foto : una veduta di Capri.

Questo modello è sopravvissuto fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Soltanto allora cominciarono le vacanze per tutti, o quasi. In quella fase, alla vacanza si dedicava il tempo libero dal lavoro, una conquista recente. Le “ferie pagate” erano state infatti ottenute con le lotte sindacali a cavallo tra il secolo XIX e il XX, uno dei frutti del progresso sociale di quegli anni. Si trattava di un bene prezioso, inizialmente molto raro e ancora tutt’altro che universale, tant’è che ancora oggi esistono solo in una ventina dei quasi trecento paesi del mondo.

In quella fase, il tempo libero e la vacanza avevano una funzione precisa: erano un’interruzione del lavoro che serviva a ritemprare le forze, passare del tempo con la famiglia, visitare i parenti. La vacanza non comportava necessariamente uno spostamento. Nella mia giovinezza, anzi, ben pochi andavano in villeggiatura: alcuni passavano qualche settimana da zie o nonne in paesi vicini, magari di campagna; la più parte rimaneva a casa.

La divisione di classe era nettissima: alla fine delle scuole i benestanti andavano al mare o in montagna (la grande alternativa) per tornare alla fine di settembre; gli altri (operai, impiegati, commessi, maestri) si accontentavano della domenica ai giardini pubblici o fuori porta, spingendosi fin dove arrivavano i tram.

Per chi poteva farla, la villeggiatura era un completo cambiamento di contesto e di vita: si andava lontano, si cambiava casa, si adottavano nuove abitudini, a cominciare dall’abbigliamento. Inoltre, dal tempo libero non si usciva spossati o sfiniti, ma ritemprati, riposati e, solitamente, ingrassati. Il divertimento, insomma, era un mezzo per uscire dalla vita e ritornarvi in condizioni migliori.

Un cambio di natura

Treffpunkt fŸr Einheimische und Touristen: Der berŸhmte Copacabana Strand von Rio de Janeiro / 050714 *** 2014 Fifa World Cup in Rio de Janeiro, Brazil; July 5th, 2014 *** Copacabana, atmosfera in spiaggia © Action Press LaPresse -- Only Italy *** Local Caption *** 18731208

Ad un certo punto, verso gli anni Settanta, questo paradigma ebbe fine. Ne risultarono alterate e tutte le dimensioni legate al tempo libero: usanze, convinzioni, aspettative, desideri. La vacanza cambiò natura. Stava nascendo una media borghesia con qualche disponibilità di denaro, desiderosa di lasciarsi alle spalle le ristrettezze della guerra e di provare a prendere fiato. Per prima cosa, la vacanza si alleò al viaggio, e non sempre il viaggio doveva fermarsi in una meta stanziale.

Siccome quel cambiamento fu sentito come un progresso (e dal punto di vista sociale lo era), quando si andava in vacanza, sobbarcandosi a viaggi laboriosi e interminabili, si aveva l’impressione di star facendo finalmente qualcosa di moderno, fortunato e finanche leggermente audace. La vacanza era associata infatti ad alcune cose impensabili fino a poco prima: la familiarità tra i sessi e soprattutto lo scoprimento dei corpi, che per un tempo incalcolabile erano rimasti avviluppati in cortine di ogni sorta.

La cultura giovanile

The sun shines, the road is inviting and Chris Chanlett thumbs for a ride with an exuberant, two-armed gesture. Chanlett is an old hand at the game: he has hitchhiked more than 10,000 miles and calls it “the cheapest, friendliest way of traveling.” Only sometimes does it get “to be a drag,” and then he swears he’ll never hitch any more. He’s hitching toward North Carolina, on the ramp from Interstate 55 to Interstate 70, east of East St. Louis, June 24, 1971. (AP Photo)

Un ulteriore passo verso la vacanza-viaggio alla maniera moderna fu compiuto a cavallo degli anni Settanta dalla cultura giovanile (la youth culture di origine statunitense), che creò consumi, gusti e usanze nuove dalla diffusione planetaria. Nasceva così la triade vacanza-viaggio-divertimento, dove quest’ultimo termine poteva significare un’ampia varietà di cose, dallo svago allo sballo. Per decenni il viaggio in oriente (India, Afghanistan, Nepal) fu una pratica diffusa tra i giovani di mezzo mondo, contribuendo a far entrare nella geografia mentale comune alcune plaghe del pianeta che fino ad allora si potevano solo immaginare.

Nella vacanza-viaggio alla maniera moderna confluiscono molti ingredienti, di cui manca ancora una descrizione completa, e che nel loro insieme danno forma a una nuova specie di formazione, in cui gli attori principali sono i giovani. Tra questi ingredienti ci sono almeno i seguenti: la graduale mondializzazione dei fenomeni collettivi, la creazione del mito e della cultura del “viaggio” come forma primaria di esperienza, l’ideologia del tempo libero non più come riposo ma come esperienza da spingere all’estremo, la scoperta del corpo e del benessere, la cura dell’anima e il bisogno di fedi o di esoterismo, il rifiuto delle forme e delle etichette, la ricerca di esperienze estreme…

Vita carnevalizzata

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Tra le due fasi c’è una frattura profonda. Cambiò il vocabolario: il termine villeggiatura fu cancellato, il bonario villeggiante di un tempo fu sostituito dal più sfacciato vacanziere. Oggi non “si va” in Germania o in Messico, ma “si fa” la Germania o il Messico. Inoltre, viaggio e vacanza hanno finito per coincidere: la vacanza comporta per lo più un viaggio, anche in paesi lontani e perfino pericolosi. A ridosso di questo schema, sono nati sport e attività inventati ad hoc, alcuni dei quali estremi, praticando i quali cioè è possibile perdere la vita: immersioni subacquee, voli con ali artificiali, discese per corsi d’acqua ripidi, gite nel deserto, scalate di cime, salti nel vuoto sospesi a una corda elastica.

Inoltre, è cambiato il peso del tempo di vacanza sul tempo totale: il divertimento non è più fatto per riempire gli interstizi della vita, è la vita che si distribuisce negli interstizi della vacanza. Il calendario dei paesi occidentali si è adattato di conseguenza. In alcuni paesi ci sono periodi di vacanza a intervalli regolari tutto l’anno (in Francia e in Spagna, dieci giorni ogni due mesi), intervalli e “ponti” di varia lunghezza (in Italia nel 2022 se ne contavano quasi venti), creati apposta non per il riposo ma per l’entertainment. Su queste attività si è creata un’intera, gigantesca economia, che ha preso il posto dell’ingenua “industria turistica” del dopoguerra: un’economia globalizzata, con importanti investimenti, a cui i media elettronici danno accesso permanente per informazioni, prenotazioni, confronto delle opportunità.

Senza che nessuno se ne accorgesse, si avviava la carnevalizzazione della vita, un’efficace espressione di Umberto Eco che indica il fatto che lo spirito di scherzo, divertimento, finzione e festa s’è ormai infiltrato in tutte le sfere, alterandole in profondità e suscitando forme di vita nuove e nuove concezioni su molte cose: le relazioni tra le persone, la moralità, il denaro, la politica e la vita pubblica, e una varietà di altri nodi della vita associata.


Questo testo è un estratto da Divertimento con rovine (Solferino 2022, pp. 176, euro 16) di Raffaele Simone

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